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Canova Antonio

PARTE SECONDA
La Roma dell'ultimo scorcio del'700 e dei primi anni dell'800 é al centro del movimento neoclassico. Il rifiorire degli studi archeologici aveva affinato sempre di più la pratica del restauro delle copie di opere classiche. Con sempre maggiore frequenza vi giungono artisti e studiosi stranieri per analizzare, studiare, copiare, le opere antiche conservate nelle stupende collezioni pubbliche e private più ricche del mondo. In questo clima pieno di fervore, profondamente condizionato dalle teorie del Winckelmann e di Meng, il movimento neoclassico si presentava esteriormente come un ritorno all'antico. Nella sostanza, invece promuoveva un rinnovamento profondo negli animi e nella viva partecipazioni alle evoluzioni storiche e sociali (anche di carattere tecnico e scientifico). Contestando l'arte frivola e superficiale del Rococò, il movimento neoclassico proponeva un modo di sentire più vicino agli ideali illuministici di ordine e chiarezza. I numerosi scritti teorici costituiscono un codice di riferimento che artisti e letterati spesso seguono fedelmente. A Roma il movimento neoclassico assume in campo figurativo e letterario un aspetto e una immportanza particolare, perche le teorie del Meng e di Winckelmann non fanno che rafforzare quegli interessi già largamente diffusi dagli scavi archeologici e, ripresi, dal cinquecento con rinnovato vigore. L'interesse per l'arte classica mai venuto meno e' ora testimoniato dalle opere di un gruppo di scultori e decoratori quali l'Angelini, il Monti, il Corradori, il Cavaceppi; chiaramente ispirate all'antico. Il Canova vi giunge nel novembre del '782 a venticinque anni, accompagnato dal pittore Francesco Fontaine, forte solo di una grande sete di conoscere, imparare, disegnare. Il diario che egli scrive durante questo primo soggiorno romano, chiarisce meglio di ogni altra considerazione la difficile situazione nella quale viene a trovarsi, a contatto con il mondo romano. Scrive Elena Bassi «mentre egli nel bonario ambiente veneziano era stato spronato essenzialmente a lavorare e il circolo dei suoi protettori non sembrava aver esercitato su di lui alcuna riflessione, a Roma egli comprende che bisogna sapersi difendere non solo dalle rivalità degli artisti ma anche dai sillogismi dei teorici». Già dalle letture delle prime pagine, del suo diario si coglie un istintiva insofferenza per l'ammirazione, l'adulazione che si dovevano dimostrare sempre e comunque verso le opere dell' antichità. In un suo commento scritto in seguito alla visita dei musei vaticani cosi scrive, «con un seguito, di due prelati, un Sig. re, suo nipote, e Ludovico di Ca Rezzonico... intesi un mondo di adulazioni e di coglionerie, che quasi mi faceva male» e ancora, trascorso qualche giorno da quella visita scrive: «Andiedi unito a Fontaine da l'Abate Bonaiuti il quale ci die' la cioccolata, poi mi fece un lungo discorso sopra lo studio delle sculture, poi mi disse che avevano interpretato male certe mie parole che forse avrò detto a Venezia, avendo inteso dire che io non vedo necessario studiare le statue antiche, già mi e' sufficiente il dono che io ho dalla natura. Io gli risposi il mio sentimento. Lui mi insinuò varie cose, cioè che non si dica mai che si può diventare buoni scultori con studiare le statue del Farsetti, che io non dica mai di voler fare statue di invenzione, di tacere con altri giovani di casa e con tutti, di non fidarmi se voglio che l'Ambasciatore mi veda di buon occhio insomma secondarlo in tutto ed avvezzarmi ad adulare, mi disse anche che mi metterà sotto la direzione di qualche buon pittore per poter apprendere il Bello nell'Antico. Io dentro di me mi arrabbiavo ad una parte non potendo, senza timore di farmi credere superbo, addurre le mie intenzioni, e non potendo anco farmi vedere a lui che non può tanto concepire l'arte quanto crede di concepirla.» Quali erano le sue «intenzioni», certamente non erano la banale interpretazione del antico. Il suo carattere umile e condiscendente lo aiutò ad inserirsi presto e bene in quel ambiente di adulatori. Si impadronì delle città, andò alla ricerca di opere e monumenti. Accompagnato dall'amico Fontaine, disegno ore e ore e instancabilmente, certe sue opere grafiche ricordano, nei forti contrasti di luce e di ombre i contatti avuti col Piranesi. Imparò a stare in mezzo ai frequentatori di palazzo Venezia e ben presto vi si ambientò. Si iscrisse per un certo tempo all'Accademia di P. Batoni per il quale nutriva fiducia ed ammirazione. Frequentò con assiduità l'accademia di Francia e del Campidoglio, ebbe i contatti con lo scultore Cavaceppi. Particolarmente importanti per il suo arricchimento culturale, furono i rapporti che ebbe con Quatremer de Quincy e il Cicognara, quest'ultimo scriverà su di lui un interessante e dettagliata monografia. Da Roma si sposto a Napoli dove frequentò brevemente l'Accademia ; studiò pitture, sculture e architetture. Ritornò a Venezia per poche settimane per sistemarvi le sue cose. In seguito all'interessamento dell'Ambasciatore Zilian, che gli aveva procurato una pensione triennale di venticinque ducati d'argento al mese studio e alloggio presso l'ambasciata a Palazzo Venezia, ritornò a Roma. C'è da chiedersi se dopo queste prime esperienze culturali romane il Canova si sia convertito al neoclassicismo e abbia abbandonato quella inclinazione a conciliare accenti poetici, arcadici e palladiani, dimostrata nelle sue prime opere. Certo e' che negli ultimi tempi del suo soggiorno, dubbi ed incertezze ne dovette avere molti, anche in seguito ai giudizi non del tutto favorevoli che accolsero l'arrivo, presso l'ambasciata, dell'opera, per lui, più' importante, il Dedalo ed Icaro. Solo Gavino Hamilton modesto pittore ma noto, colto e raffinato riconobbe in lui qualità superiori a quelle di ogni altro scultore dell'ambiente romano. Diventò suo amico, cercò di spingerlo sempre più, non tanto verso l'imitazione dell'antico, ma verso la meditazione dell'antico, perche potesse così completare la sua preparazione. Attraverso l'Hamilton conoscerà la raffinate ed elegante cultura inglese e anche alcuni principi estetici profondamente legati alle teorie del Winckelmann. Significativa fu l'amicizia dell'incisore Volpato il quale gli ottenne importanti lavori quali il monumento funerario di Clemente XIV. Il Canova ci appare quindi curioso di conoscere oltre le opere d'arte anche gli uomini dell'arte. Altri grandi interessi li dimostra per la musica e la danza. Gli innumerevoli disegni e dipinti, nei quali rappresenta danzatori e danzatrici, testimoniano che egli trovava nella danza continui motivi di ispirazione. Appassionato dalla musica non tralascia di sentire concerti. E' amico di musicisti tra i quali Rossini che nel 1823, dedicò  alle sue memorie una «cantata pastorale». La sua natura leale, semplice, sensibilissima lo circondò di amici e presto con la fama, da ammiratori e adulatori. Fu' intimo del Cicognara e di Quatremer de Quincy i quali conservarono nelle loro critiche l'indipendenza e l'obbiettività che al Canova era particolarmente gradita.
 

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a cura di Ezio Falcomer

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