Scritto da © ferdigiordano - Mar, 17/07/2012 - 12:35
1
Si sta così tanti sulla terra
che spesso mi chiedo
dov’è presa tutta l’argilla. Se viene da sola
a fare greti alla vita o dalle sponde degradi nel letto.
Lento e ignoto, accavallo le gambe
come un fiume i riflessi, un fiume pieno
di ginocchia piegate al sacramento
del risveglio: salve vecchia luce!,
e la vecchiezza è in questo giorno
da diverse settimane, ormai.
Pensiero che cambia, allora. Magari
dei miei piedi contro i piedi dell’altra
ed entrambi sostegno capovolto
consapevoli della frescura che ogni nuova
fiamma porta in sé (ho coscienza
che una passione sia il vero muscolo
della data).
Intorno la supremazia del calendario:
l’avvento di tutte le facce possibili
come acqua sul volto.
2
un germoglio unisce appena
le caviglie irrequiete
cresce veloce e sprigiona la chioma
non lega, appoggia
due punti di fuoco nell’ombra
perché nel fuoco ha la sua fotosintesi
spiana l’evidenza dei percorsi
compone nuovi angoli di luce
e modulando le foglie ad arte
nasconde e libera
2.1
ma poi che accade alle consorterie
dei teneri petali? Fanciulletti inibiti che provano
posizioni di fuga dalle gabbie di rami;
cavallerie di rugiade che hanno zoccoli liquidi
e un crine effervescente, esposto alla motilità
filiforme, sedimenta
i minerali del cielo dell'aria e del vento
con il rito pagano del lascito
secco, sereno, alla terra.
Io non credo a questo astruso racconto
benché lo osservi e ne parli definendomi in gergo
un tronco di carne, un pendulo brown
assiepato nei sensi.
Piuttosto la vita contiene promesse
di peronospora che imbianca, mangia la foglia.
Così si mantiene l'ambiente
e, forse, durerà la muffa.
3
sale.... di fretta,
dalla sepoltura sorge
e il lieve crepitio della vita
tutto si espande.
Esplode come acqua di sorgente,
fresco il pensiero ricade
e segna l'orizzonte
bersaglio di desiderio e ricerca
..di voluttuosa primizia.
4
...e voi
(voi)
cosa ne dite?
Con quei bicchieri di fiele sorbiti,
ubriachi di parsimonia
avrete sempre quella linea benevola d'orizzonte
oscurando le ombre con le pietruzze
le stesse
(sì le stesse)
che vi siete estratte dalla pianta dei piedi
così bisognosa di riposo
ma avete mai percorso chilometri di vita zoppicando di negligenza?
4.1
Per quanto la zoppia sia una stortura del passo
non consegue che camminare, ceduta la gamba, renda colpa
la negligenza. Si guardi alla chela: un granchio
che ha perso dal fianco ogni uso di zampe
sembra un'onda violenta. Costringe il corpo martire
all'idea della giostra, e ruota - sì: ruota prendendosi in giro -
finché la rabbia non lo inserra nella crepa d'origine.
Così è la vita, come nelle alghe sommerse:
intramare le correnti seguendo l'impulso
che ci è antecedente.
Comprendo le zampe, del resto,
che non prendono piede quaggiù.
4.2
può regalare salvezze il deserto:
non si cura della camminata zoppa
lascia il passo profondo staccare
sulla duna l’accenno dell’altro
e lo ricopre
4.3
si mangia le illusioni il viandante scalzo
celando le sue orme,
ma, come segugi appresso,
gli uomini di morale ne sentono l'odore
e si fanno forza come il mistral che cresce sulla vela
e soffiano,
soffiano di prepotenza le sentenze scritte senza inchiostro
nei secoli
...e nei secoli continua senza sosta quel passare controvento,
le mappe sono benevolenze d'intenti
e le linee racchiuse dentro al cranio
portano a una meta orfana di confini
4.4
Lo sbilenco del lupo
l'inciampare equilibri
degli zoccoli fessi
zoppi di bisognosa fame
il vecchio
plasmato nell'uso
non ha anche
plasmato nell'uso
non ha anche
eretto e retto è retto
molla la schiena
china, all'erta
è tardi.
molla la schiena
china, all'erta
è tardi.
4.5
è tardi,
lo si doveva pensare prima.
lo si doveva pensare prima.
Ah!bastardi i ritardi,
le pensiline,
i treni che mai arrivano,
le mete da raggiungere,
appuntamenti in fumo per minuti secondi,
i segni sul calendario di lune
e la preghiera che il ritardo sia un errore,
scherzi ormonali di natura
e i pianti nelle notti senza lacrime,
il pensiero del peso all'ombelico
e la gioventù bruciata,
l'amore non definito in cerca di una maschera
e il mercato in testa che brulica
...il brusio
(quel brusio di domande)
ma è tardi ora
e presto la coscienza sarà alla sbarra.
le pensiline,
i treni che mai arrivano,
le mete da raggiungere,
appuntamenti in fumo per minuti secondi,
i segni sul calendario di lune
e la preghiera che il ritardo sia un errore,
scherzi ormonali di natura
e i pianti nelle notti senza lacrime,
il pensiero del peso all'ombelico
e la gioventù bruciata,
l'amore non definito in cerca di una maschera
e il mercato in testa che brulica
...il brusio
(quel brusio di domande)
ma è tardi ora
e presto la coscienza sarà alla sbarra.
4.6
E' tardi!
Dite forse per l'attesa?
Perchè crocifiggere il tempo
alla sua fine
e cedere le grandi promesse
agli stessi ladroni?
Spingere il cuore
sulle rotaie fuori uso
non sarà mai una conquista
ma la limpida certezza
di vedere il sole...sorgere
su due linee parallele.
5
Ammetto che vivere tralasci la consapevolezza
degli altri viventi, intanto certificherebbe l'utilità dell'anagrafe.
Non che tutti gli impiegati abbiano comunanza con gli iscritti
(molto spesso si ignorano persino i concomitanti, i prestatori
di biro, i profusori del buongiorno e buonasera - siamo tutti ignorati,
altro che ignoranti!) pertanto non si richiede una memoria
a latere se non per le omonimie dei componenti nelle descrizioni.
Perchè un nome è un nome, ancorché trattenuto
a labbra serrate, spesso indica l'area in cui parcheggiamo il pensiero
con una difficoltà di manovra crescente non per l'ora,
quanto per gli spazi tra le congiunzioni.
Diventa come una escursione alle pendici dei corpi
se davvero lo sussurro per ricevere risposta e risponde
l'intera cordata vuol dire che siamo in uno spazio vuoto
tra la ferita e la benda.
Ma a parole diventa semplice incontrarsi di spalle, senza guardarsi
certe volte più che sanare la piaga.
5.1
I sussurri s'intrattengono
su bocche affamate
il cibo che aspettano
non vuole sapore
ma un suono che sazia
i deboli pensieri.
5.2
eppure, è nello sguardo che rimbalza nell'occhio dell'altro
che trovo il giorno, la forza di muovere
un passo dopo l'altro, verso l'a fortiori nulla
che m'attende, per-scelta. nel suo nome scandito,
diviso in sillabe e fonemi, reso segno
di resa antica, totale; ammesso il saccheggio,
la depredazione infinita.
così potrei dire d'aver vissuto. forse saremo altro
da ciò che siamo, soli.
5.2.1
ciascuno ha un nome
da portare silenzioso sulle labbra
come un sortilegio
una formula che annulla lo specchio
e chiude le dita al conto
non strette in un pugno
ma morbide a non dare peso
anzi, a volte, a quel nome si aprono
e fanno sulla terra un'ombra
proprio come di ali in volo
5.2.2
Provare una criniera, seguire il furore,
ma intenerirsi alla cadenza dei muti, nella pagoda
in cui anelano voce per urlare preghiere
e costantemente sopravvivere
all'incenso che ti vorrebbe cenere
dimenticato nei lazzi degli amici
però inserito negli esempi
da lontano, da più lontano ancora:
questo fa del nome un flusso continuo
una sorgente che gorgheggia.
5.3
Era la Roma dei priori
abbastardita dai barbari
gonfia di tutto
l'eredità di Augustolo
caprari che pisciavano
ad arco sull'arco
come prima dell'arco
sti millenni passati
per insegnare la fiacca
l'occhio bovino
la resa del sacco.
5.4
Nulla è più vero che l'assedio e la fiamma. Poi
anche il sotterfugio della taglia
che rende crudele il mercenario. Nello scambio
tra sorriso e ghigno, nemmeno i denti guadagnano
luce. Ho portato a lungo il desiderio di un Fratello
sulle spalle, trascorrendo tempo nella Porziuncola
del suo petto, timorato per la santità degli agnelli
inconsapevoli, dei galli alle termopili del forno, dei maiali
insaccati, con il fiume rosso dalla gola, per tutti quei respiri
che non hanno più polmoni, dei tori, dei vitelli, delle lepri,
dei tonni, delle quaglie, di ogni specie marina o aerea
e persino dei metalli derubati dai polsi.
Ma la grazia, credetemi, la grazia è una virtù
degli alberi, e qualche filo d'erba.
6
»
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sottogola. Dove non la credi inaudita
dove gorgoglia il seno.
Temi sbianchi i colori più giovani di te:
quelli che dai panni sembrano pensieri.
Il pensiero stecca il giorno negli appartamenti cupi.
Porta i vestiti all’incanto. Escludili
dal corpo. Fanne misteri curiosi.
Qualcosa restituisce la luce
lascia il suo nome.
Equilibri su corda fra cielo e cielo
la veste del mondo
piegano agli estremi
i lembi dell'assenza
apparizioni e deserti
le voci sono pietre
distratte dai neon
ignari sventurati pensieri
dentro serrati occhi
l'acre indifferenza
Come quei vermi, sempre
a brulicar la mente, mentre
rapidi a cibarsi che c'è poco tempo
si cresce, si mette l'abito nuovo
si attende il cambiamento
saremo come vorranno
o morti sociali, in un momento.
per intorbidare l’acqua,
non scorre come un tempo,
e chiediamo nuove attese.
per ripensare l’amore,
non si agita come un tempo,
e scrolliamo mani adunche.
Siamo vecchi
per restituire il dolore,
non corre come un tempo,
e lasciamo bocche scucite.
sulla soglia di gioventù
dimentichi degli anni,
per legare al cuore
i ricordi.
scontenta il silenzio,
s’era chiuso in preghiera,
è pallido sulle bocche
contratte,smisurate,
un cerchio di denti nudi
tra le gengive scarmigliate.
Adoro il silenzio, custode
degli occhi segreti,
un velo copre le mani
al pensiero dei giochi
infranti.
La vergogna è un lupanare, un viottolo esiguo
con un passeggio di folla dalla cintola in giù.
Non si riconoscono, non si guardano in viso,
se ne vanno frettolosi per meglio piacersi
per non avere rughe. E' una cosmesi.
Fanno fatica di schegge, le urla. La grazia
sostiene la foglia finché non squarcia il silenzio
l'altra metà del corpo.
Sia come diventare albero
mantenere il tronco unico
tra la radice e il ramo più alto
la stessa linfa cammina
ma la coscienza di sè è sempre un nodo
che solo il santo riconosce piaga prima del ceppo.