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Periferie della vita

Laggiù dove la città non riesce ad essere e le strutture, i cantieri si alternano come in una enorme discarica spaziale, buttati più che innalzati, finiti e no a tratti. Con strade appena stese e già bordate di rifiuti antropici: dai balocchi rotti agli elettrodomestici e altro fuori uso, giù da cementi sopraelevati, sinuosi, di progetti futuribili, abortiti o irrisolti ancora: c’è una convivenza multipla. Di giorno tra fumi, rumorosi clangori metallici e scarichi di macchine movimentanti merci e risulte, via vai di fantasmi in tuta, indaffarati ma indifferenti, sino al tramonto del sole, che non recede per l’abbassarsi giornaliero all’orizzonte ma, annebbiato da polveri dense. Le parlate che si scambiano, in locuzioni stranamente amicali o di necessità lavorative, nascono e vengono “dall’Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno” , s’intrecciano e, tuttavia, da necessità mentalmente tradotte, coniugate, adattate, raggiungono lo scopo di essere loro comprensibili.
All’ora della pausa pranzo, piccoli gruppi si accorpano in luoghi consueti, attorno a deschi di fortuna, angoli riparati dal vento, tettoie provvisorie o ad altro destinate. E si spargono odori e profumi di cibi vari, che da soli indicherebbero l’origine di chi si appresta a consumarli, molteplici come le facce, gli indumenti i modi di fare degli attori. Tornano “al travaglio usato”, più solerti, in apparenza, che la fine della giornata ora si approssima. Alle cinque della sera, l’un dopo l’altro, senza comando apparente, si avviano ai loro veicoli e si dileguano silenziosi come la pioggia caduta permea il terreno asciutto.Quando ci cala la notte, che procede per rivoli a seconda dell’abbandono delle attività, buio più fitto lontano dai fabbricati, i quali sembrano conservare un lucore irreale da emanazioni atomiche, via via appaiono luci nuove di primi veicoli; forano le tenebre, convergendo verso punti stabiliti. Si accendono fuochi improvvisi, scavalcati allegramente da fantasmi che stampano ombre cinesi lungo i muri di recinzione delle aree dei mostruosi stabilimenti in riposo: svettano contro il poco chiarore del cielo con le creste seghettate dei tetti, insieme ai tralicci di gru come colli ritorti di sauri. Questa altra umanità finitima, da quei muri, in periferie ferruginose grigie lontane, manda messaggi colorati, tetragoni nelle forme, lampanti nei colori, alieni nelle curve e strappi infiniti, nel tentativo di comunicare, forse, un disagio un invito o una minaccia. Oppure dire soltanto, la voglia di un volo lontano dalla realtà quadrangolare o cubica, chiusa, per chi come loro nell’orizzonte plumbeo, le luci metropolitane disegnano solo, quei profili seghettati di fabbriche fumose, alienanti. E nel cielo nero delle notti, può soltanto immaginare, stelle di stagnola appese a fili d’argento lunare dondolanti, tremolanti, per il vento freddo notturno. Così nell’accamparsi sotto superstrade lucenti rumorose, indifferenti, consumano riti venosi stranianti, oblianti affetti e impegni, cercando nell’improbabile confidenza di una notte, un calore altro negatogli per viltà. Tentano una crescita personale, rivoluzionaria ma utopistica, perché arriverà, quasi certa e per prima, la sconfitta dalla vita “normale”.
 

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