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L'inessenziale

Ora, cosa voglio dire quando dico “inessenziale”? Che si persegue l’inessenziale a prezzo anche della vita, propria e altrui? Cosa è l’essenza, o la contro-essenza (per dirla con Heidegger che, nonostante tutto, e voglio significare, nonostante il fascismo intrinseco del suo opinare, benché infine s’era ben reso conto che il nazismo realizzava esattamente il contrario dei suoi auspici, ci offre ancora una “spintarella” per avanzare su questo sentiero)?.
Il principio è che questa essenza è ciò che siamo e che questo essere partecipa del mondo degli dèi, per così dire, credenti o miscredenti che dirsi voglia. Questo essere ciò che siamo risale ineluttabilmente al testimone dell’essere, ossia la sua differenza unica e insostituibile: io. Il nervo dolente di questa essenza sta nella sua incarnazione appunto in “io”, in me che la perscruto. Creando quello stato di “bis”, di doppio inestricabile cui siamo avvinti: il visibile e l’invisibile, essenza e apparenza, essere ed esistere (o ente). L’uomo appunto resta sempre appeso al visibile, anche quando si avventura negli abissi dell’ES. Sta di fatto che l’essere resta necessariamente inglobato nella sua incarnazione, ma non è questa incarnazione. Ciò che è, certamente non è carne e non è materia: l’essere non è biologico o geologico. È (nota bene: è) qualcos’altro. Ossia, neanche una cosa, ma un altrove, un fuoco fatuo, una differenza. L’essere è ciò che anima l’esistere, il quale esiste di per sé, indifferente e refrattario. Una roccia, per esempio, esiste a se stante, ma chi è che dice: “la roccia è!”? Chi la fa essere? Chi, se non “io”?
Questa chiamata all’essere perviene appunto dall’essenza e questa consiste di quella sostanza, di quel vapore che da un didentro imperscrutabile, mi dice “io!”. Questa sostanza si dispiega nel tempo, ossia è storica e quello che stiamo qui cercando è quindi la storia dell’essere. Che noi siamo questo e non l’esistere refrattario di una roccia, o anche di un qualsiasi vivente, ce lo conferma quel dato fantastico e anche un po’ inquietante della trasparenza, della inafferrabilità della voce che ci parla dentro. Sta sotto i nostri occhi, è un “sistema” dei nostri sensi e tuttavia chiedo: cosa è il rumore emesso dal pensiero dentro la mia testa? Perché gli altri non lo sentono?  Eppure è questo a decidere cosa ne va di me e del  mio esistere. Questa forza oscura, è lei la radice del vivere. Le “cose” che si vedono sono in ragione di questa spinta che ricevono da tale essenza, rinchiusa nell’io. Io è il dio che fa essere.
Le cose appaiono e noi le nominiamo: è questo la chiave di tutto. L’essere è la lingua dell’essenza che, come un prestigiatore, fa apparire le cose dal nulla. L’errore è conseguente: se poniamo dalla parte di tale apparire il fondamento del vivere, ecco che invertiamo il senso di marcia e poniamo che l’essere coincida con l’apparenza che l’essere ha permesso di svelare. E questo è l’inessenziale. Tutta la vita dell’uomo è oggi improntata dai desideri e dalla loro soddisfazione. La pulsione umana ha oramai il sopravvento su ogni altra istanza di pensiero, o di credo. E il suo veicolo è la tecnica: tutt’intera l’umanità si precipita all’appagamento totale, estremo, di ogni sia pur modesta ambizione materiale e trova dispiegato in tutta la sua potenza il gigantesco apparato tecnologico pronto a servirlo. Il ricco odierno non è un mercante, non è un latifondista, non è un allevatore. È solo uno che siede ai tavoli tecnologici del potere e di lì schiaccia bottoni, accarezza finestre digitali, fa apparire la sua apparenza in modo virtuale, moltiplicandone la spettralità … La techné è un velo mortale che ha avvolto in una spira grandiosa e accecante il genere umano, plagiandolo nella sua coscienza ontologica e iniettandogli in suo luogo una fame assurda e insaziabile. Non si vedono più persone sazie. Tutti desiderano sempre alcunché di più del possibile e per realizzare tale “ideale” si appoggiano alla tecnologia e si schierano contro tutti gli altri. L’odio è il seguito più ovvio di tale  configurazione. Ci si odia reciprocamente per saziare la fame insaziabile, salvo avvedersi troppo tardi che appunto questa fame di fame non si sazia, perché è impossibile soddisfare l’istigazione inesausta del desiderio … I sociologi assunti dalle industrie, si sperticano quotidianamente per scovare dentro i nostri corpi obesi e storditi dalle esondazioni del desiderio, i più minuscoli ricettacoli di qualcosa da “riempire” ancora, un qualche bisogno illusorio da appagare istantaneamente …
Le cose sono quindi a questo punto: dall’essere si sprigionano spinte essenziali, sotto forma di domande che reclamano esaudimento. L’uomo percepisce tali stimoli incalzanti che lo angariano dal suo abisso. Ma egli equivoca il campo cui mirare e cerca invece scampo nel desiderare inessenziale. Ossia, assegna al mero esistere ciò che tocca invece all’essere. In modo puerile e dissennato si abbandona a una smania d’ebbrezze che non soltanto non lo acquietano, ma che sono le maschere del proprio ottundimento, il ceffo pressoché satanico sotto cui s’acquatta la sua resa e la sua rimozione. Fino a che il rimosso non si cangia in ossessione, e talora ossessione bestiale come, per esempio, nella xenofobia: il nemico è altro da me; oppure nelle manie sessuali: la risposta è in un altro da me; o in accessi e crisi malinconiche cui corrispondere con l’anoressia, il nemico viene da fuori, o la bulimia, e io lo divoro. Come si evince, mancando di corrispondere all’essere si finisce nel turbinio di incubi divoranti che si riferiscono sempre a “ciò che è semplicemente presente” (Heidegger), un presente che mostra inequivocabilmente la fauce feroce del nemico, sia esso uomo o istinto incolmabile, pulsione corporale o innocente altrui.  
In tutto ciò fanno ovviamente capolino gli dèi. Per il che ribadiremo il concetto: che esistano o no (ma il termine di esistere è opposto all’essere), che siate credenti o atei, è uguale: è agli dèi che va posta la domanda.
 
 
 
 
 

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