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Tanti, troppi bicchieri

 
Il banco più della cera lucida il fondo
che appare diverso. Sia questo bicchiere
l’occhio di vetro, sia il suo cono tronco
cappello di mago che cela il coniglio,
sia, infine, una notte scoperta a giorno fatto.
Siano tutte queste cose esplosioni del lungomare
dove i lampioni sono corrosi o vasi
in cui rimettere il malessere solito:
puoi leggere in esse l’equilibrio del liquido,
non di chi beve. Allora prendi il saluto per quello
che è: mi fai compagnia, mi ascolti un poco?
L’alito viene da una fornace insolita, legno le parole
che bruciano meglio, intere foreste abbattute
e un solo rogo: il fegato si spegne,
la cenere infine non è più un mistero.
Ecchisenefrega, mi risponde.
Il bicchiere è un pozzo da cui si esce
perdendo l’ombra. La fissa alla base del cono
e se alza lo sguardo la stessa ombra lo segue.
Tutto il suo mondo è quando l’ombra si perde.
Nello stesso momento il mio profilo esce di scena.
Non sono più io nè lui l’immagine che riflette.
Temo anche il vento, francamente, se urla,
in realtà non grida aiuto, chiede di accendere,
e il male sul male non fa bene; trema, è l’epoca
del fumo e la spira più di un pompiere
del primo distretto. E raffiche di dolore,
e l’aria torrida del petto, incendiano querce,
con tutti quei forestali inconsapevoli del legno,
cresciuti dai chip, educati da chissà quale programma
a far navigare gli abbattuti in un ruscello.
Siamo soli, lui ed io, più soli che a non esserci.
 

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