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Percezioni in via privata

 
Se un calesse, che a malapena riconosco
dal cavallo – io, esegeta del motore
a scoppio – in piena campagna – quel
che rimane nella fibra antica della mappa –
si piantasse per l’usura dei mozzi,
urlerei ADESSO COSA VUOI CHE FACCIA, STUPIDO ASSALE?
E se mi rispondesse la stalla – LA STALLA,
capite? Quando mai ho dato ascolto
alle stalle! – che a malapena sento – avvolta
sulla conocchia di voci della strada  –   
con un tono educato segui l’eco delle transumanze...
Rimpiangerei di non essere in questo futuro
                        di assistenze stradali?
Si dà il caso – bè, potrebbe non essere casuale –
che a pochi metri da dove ruota l’alba
sui cardini in cortile – a giorno fatto gira intorno
a spoglie di ferro e cemento – rigogli un albero
cui spezzai un ramo da ragazzo – e qui “spezzai”
è una diceria, un pettegolezzo invisibile,
unicamente supposto per l’ombra tarlata –
da arrampicatore solitario e selvaggio
– tanto che la radice apprese la lezione
e spinse il tronco più in alto  
delle altezze raggiungibili dall’altezza
che avrei potuto raggiungere.
                        Ma a giugno, fors’anche maggio,
guardo l’abete con lungimiranza di spazio, quasi
mi togliesse l’alba che ruota su cardini e appaiono
quotidiani fantasmi, brandelli di mappa,
residui di paglie, l’armamentario del resto
solitario e selvaggio,
                        quel che mi sembra vero
è una Vespa con il motore ad aria
che mette le ali ai cavalli
                        senza fiatare.
 

 

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