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Intimo incessante

 
Sognavo di aggiungere anelli a un pianeta:
dito a dito, mano a mano che il visto
svaniva e in sogno si vede ancora. Il buio
fino ad essere finto e scoperto dalla marea
di luci, da sotto e da sopra, compreso persino
tra i loro fondi, ora vastità tremende,
appena la callosità della crosta lo permette,
coniuga radici e steli che insieme incitano i germogli.
Sembra morto – e quanto ancora respira! – il gelo.
Sottocchi, il pastore rumeno e le pecore interessate
al verde più fresco, fanno i recinti vuoti, come se
andare per una città, in luogo di giardinetti,
anche solo sui tratturi periferici, sugli asfalti sboccati
all’improvviso dai cigli, permetta loro un pasto vegano
in olio motore.
                        Da bambino provavo soluzioni
più acerbe: l’involucro delle sigarette, scollato con cura
avvolgeva le capocchie dei cerini perchè si infiammassero
fino alla cintola. Come tale tu mi osservi e ridi: che viene
alla mente quando il racconto è solo un gioco di asfalti
che sboccano dai cigli verdi? Chiedi agli agnelli, rispondevi
e il buio, il più incredibile compagno di abboccamenti,
curvava lo stelo del pianeta di quel tanto che la luce
poteva accenderlo. In tal senso, la distanza da lei
portava il desiderio più lontano del suo stesso effetto.
Perseguivo il governo del paradiso dalla Terra.
Più che vero ieri, adesso.
 

 
 

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