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Congetture inadatte al momento

 Sono stanco, mi sento stufo di tutto. Ho cercato mille volte di fare le cose che fanno quegli altri, di assomigliare alle persone che ho intorno, di essere un po’ come tutti, insomma; ma non ci sono riuscito, questa è la verità più antipatica, riesco soltanto ad essere quello che sono, e a me pare che in tanti siano semplicemente simili ad un modello preciso,
all’individuo che finge si sentirsi bene con tutti, a quello positivo, vincente, apparentemente altruista, ed io non sono così, c’è ben poco da fare. Ho cercato quasi sempre di non stare da solo, di spendere il mio tempo libero insieme agli amici, di frequentare le partite di calcio, di ritrovarmi insieme a loro in un bar, poco lontano da casa, giusto per bere una birra, parlare di giocatori, di squadre o di donne, anche se niente di questo mi è mai interessato. O meglio, le donne si, ma non in quei termini in cui tutti si esprimono.

            Poi ho girato da solo lungo le strade, giusto per cercare dentro di me quei pensieri svagati che magicamente riescono a farmi star bene, ed ho incontrato altra gente, altre persone che parlavano gesticolando, con la voce un po’ alta, quasi come fossero perfettamente sicuri di sé, dei loro modi, di quelle parole che usavano. Mi è sembrato, certe volte,  tutto quanto giocato su un piano di supposizioni, che non ha quasi mai una base ben solida, come se fosse certezza che chi maggiormente riesce a fare tesoro dei luoghi comuni, è colui che non ha paura di niente e nessuno.

            Infine mi sono seduto su una panchina di pietra, sono rimasto lì per un po’ a guardarmi le mani senza preoccuparmi di niente, e quando ho visto quella ragazza alla fermata che attendeva il suo autobus, non ho resistito ad andarle vicino e a cercare di parlare con lei. Sono stato cortese, mi sono presentato, non ho fatto alcuna domanda, ho detto soltanto che al solo vederla mi era parsa incantevole, e così mi sarebbe piaciuto almeno sentirne la voce. Lei si è schernita, ha detto che oggi non si sentono più galanterie di quel tipo, e che lei era timida, e spesso stava da sola.   

            Le ho chiesto di rivederla, per approfondire quella nostra conoscenza, ma lei ha detto immediatamente di no, non si sarebbe sentita a suo agio altrimenti, però se per caso ci fossimo di nuovo incontrati, se fosse successa la medesima cosa, probabilmente si sarebbe fermata volentieri con me a chiacchierare, perché le sembravo una persona per bene, si sentiva tranquilla a parlare con me, mi farebbe piacere, aveva detto alla fine senza guardarmi. Poi è arrivato il suo autobus e lei è sparita, mescolata là dentro insieme con tutti quegli altri. Ho girato ancora per strada, praticamente senza far caso alle vie e ai quartieri. E il giorno seguente sono tornato alla panchina di pietra, accanto a quella fermata, alla solita ora.

            Quando lei è arrivata non ha detto niente, mi ha guardato solo un momento, poi ha girato lo sguardo in una direzione diversa. Sono qui per te, le ho detto, perché quello che ho detto ieri lo penso e lo sento dentro di me. Lei mi ha guardato di nuovo, ha detto d’un fiato che non dovevo tornare a cercarla, perché due come noi non servono a niente, non faranno mai niente: siamo gente che vive di sogni, di semplicità, di piccole cose che negli altri non trovano senso. Siamo male assortiti, ha aggiunto, due come noi non combinano niente, soffrono di tutto in silenzio, e poco per volta si spengono, come candele ormai consumate.

 

            Bruno Magnolfi

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