Tagli sul corpo. | Prosa e racconti | Bruno Magnolfi | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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Tagli sul corpo.

 
Il primo taglietto ad una mano me lo procurai quando ero ancora un ragazzo, distrattamente, tanti anni fa, proprio mentre stavo giocando da solo in fondo alla strada di casa, con un coltellino dal manico di legno che avevo comperato su una bancarella al mercato. Due gocce di sangue color rosso vivo e poi via, senza altre conseguenze. In seguito però iniziai spesso a punzecchiarmi la pelle con qualsiasi cosa tagliente mi trovassi tra le mani. Il gusto perverso del dolore per me ha sempre avuto un richiamo attraente, tanto da portarmi a procurare dei piccoli tagli su tutto il mio corpo, dove meglio mi capitava. Oggi poi mi infliggo quasi regolarmente delle piccole ferite alle mani, alle braccia, certe volte anche alle gambe, e provo sempre un certo piacere nel provare lo stesso piccolo sottile dolore, vedere le medesime gocce di sangue, riconoscere che dentro la mia scorza non c'è mai il vuoto, ma qualcosa che pulsa, qualcosa che al minimo graffio tracima e si mostra. Per me è come manifestare di me stesso qualcosa che sta dentro e che non so cosa sia, ma sono sicuro che scalpita per mostrarsi alla vista tramite quelle fessure che io stesso mi imprimo.
Trovo che non ci sia niente di male nel comportarsi in questa maniera, e neppure nel dichiarare ad altri questa cosa per me naturale: in fondo ognuno ha le sue debolezze, ed anche dei gusti diversi; per me poi è diventato una specie di gioco quello di scalfirmi la pelle con qualche piccolo taglio, ciò che davvero pensano gli altri alla fine non mi interessa. Naturalmente anche le lame che uso devono sempre essere all'altezza della situazione, e soprattutto ben affilate, ma ho anche delle preferenze in proposito che rispettano giorni, orari e anche condizioni diverse. Poi però arriva un tizio, mi chiede con curiosità che cosa siano quei segni che porto, quelle piccole cicatrici inusuali sulle braccia, e sembra molto interessato alla maniera di procurarmele. Lui asserisce di essere un fotografo, un appassionato di cose particolari in relazione al corpo umano: vorrebbe farmi delle istantanee, magari nel suo studio; sostiene di potermi addirittura pagare se gli lascio effettuare un servizio completo. Ci scambiamo i numeri e ci diamo comunque un appuntamento.
Quando ci vediamo lui sembra molto contento di poter catturare con l’obiettivo le mie piccole cicatrici, in tutte le angolazioni che desidera. Si perde in ogni piccolo dettaglio, riprende qualsiasi minuta ferita io mostri, e poi mi fa anche sfoderare un mio fedele coltello, e forse cerca persino trovare un senso preciso a tutto quello che vede davanti alla macchina. Infine tira fuori dei soldi, mi dice che ci dobbiamo incontrare di nuovo, che devo firmare delle carte per concedergli la possibilità di pubblicare il materiale che ha registrato. Ci accordiamo subito, e poi decidiamo di fare altre foto per una rivista che ha richiesto un esauriente servizio completo su tutto quanto. Le cose vanno benissimo, ogni volta lui mi riempie le tasche di quattrini, e l'unica cosa che mi chiede di fare è quella di tenere sempre fresche le mie cicatrici, costringendo me stesso a ferirmi ogni volta. Tutta la faccenda va avanti per diverse settimane, lui è sempre pieno d'entusiasmo, e poi sostiene che le mie fotografie stiano andando benissimo, piacciono tantissimo ad un numero crescente di estimatori, così mi riempie ancora di soldi, senza neppure bisogno che io chieda nulla.
Poi però qualcosa si rompe. All'improvviso mi sembra sgradevole che ci sia tutto un gran pubblico a curiosare sui miei comportamenti; mi scopro stufo di procurarmi quelle ferite perché qualcun altro possa gioirne, mi sembra persino immorale che ci sia chi manifesti il gusto di apprezzare cose del genere sugli altri; così smetto. Smetto di farmi i taglietti, di tormentarmi la pelle, di far scaturire continuamente le gocce del mio sangue. Il fotografo si mostra disperato, arriva a propormi altri soldi, altri scatti, altre riviste su cui apparire. Ma per me ormai è finita, le cicatrici si stanno assorbendo, non ho più intenzione di farmi graffiare ancora dalla mia lama. Mi sento cambiato, non provo più alcun piacere in quella vecchia abitudine, all’improvviso non voglio più vedere il mio sangue e sentire il dolore dei tagli; la gente si trovi pure una cavia diversa da me.
 
Bruno Magnolfi

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