Paul Strand | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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Paul Strand


 
"In qualsiasi luogo sperduto o meno, che sia stato il Marocco, le isole Ebridi, l’Italia rurale, nell’Africa Nera o nel profondo sudovest degli States, il mio intento era di essere alla ricerca della lunga aggregazione che da a ciascun posto la sua qualità peculiare e che plasma i profili dei suoi popoli... Così alla fine, mi accorgo che quello che ho esplorato per tutta la vita è il Mondo davanti alla mia porta"
Paul Strand

 

 

 
Paul Strand, (New York 1890 - Orgeval, Parigi 1976), fotografo statunitense. Agli inizi della carriera aderì per un breve periodo al movimento pittorialista, che proponeva una fotografia molto artefatta, realizzata in studio con scenografie e comparse. Se ne distaccò tuttavia presto per sposare una poetica decisamente realista, interessata a rappresentare la realtà nel modo più neutro e veritiero: le sue fotografie divennero studi di oggetti comuni come utensili di cucina, piante riprese in dettaglio molto ravvicinato, edifici e abitazioni della campagna americana, meccanismi di precisione, strumenti di lavoro. A partire dal 1919 si interessò alla fotografia di paesaggio (alternando primi piani tendenti quasi all’astrazione formalista a maestose vedute di lande sconfinate, nette prospettive di rocce a immagini di nubi e cieli di straordinario impatto visivo) e al ritratto, facendo propria l’idea di fotografia pura,  diretta.
   
   
Grande forza comunicativa hanno i volti immortalati dai suoi scatti durante vari viaggi negli Stati Uniti, in Messico (1932-33, da cui nacque Mexican Portfolio del 1940), in Francia, in Egitto (1959), in Romania (1960, 1967), in Marocco (1962). Parallelamente alla sua attività di fotografo, Strand si dedicò al documentario cinematografico, arte nella quale conciliò il suo interesse per la potenza espressiva del reale e un chiaro impegno sociale. Tra i lavori più significativi si ricordano Manhattan, denuncia delle ingiustizie sociali della nuova era industriale, realizzato in collaborazione con il pittore e fotografo Charles Sheeler; The Wave (1933); The Plow That Broke the Plains (1936). Nel 1935 compì un viaggio in Unione Sovietica, dove conobbe il regista Sergej Ejzenštejn e altri artisti dell’avanguardia.

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Nel 1937 fondò una casa di produzione no-profit, la Frontier Films, che diresse fino al 1942;  risale a quell’anno il lavoro forse più importante della società, Native Land, diretto da Strand insieme a Leo Hurwitz. Le sue tendenze ideologiche e politiche si scontrarono con il diffuso sentimento anticomunista allora dominante e gli procurarono l’ostilità da parte del Comitato per le attività antiamericane. Nel 1951 lasciò gli Stati Uniti per la Francia, dove si stabilì definitivamente. Al lavoro di Strand si ispirarono i fondatori del Gruppo f/64, movimento di fotografi statunitensi interessato principalmente alla resa di immagini e dettagli ad alta precisione, nel quale si distinsero Imogen Cunningham, Ansel Adams, Dorothea Lange, Edward Weston.

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Paul Strand incarna in tutto e per tutto il realismo della fotografia anche se nel lungo percorso artistico è facile ritrovare delle incoerenze, specialmente agl’inizi quando le opere avevano una sottile e inconscia contestazione al pittoricismo. Dai tempi più remoti la pittura e la fotografia si confrontano, si stimano, si odiano, ma hanno il merito dell’interpretativo e del fantastico sulla realtà, offrendo così a chi li guarda un senso alla creatività e la facoltà di poter ammirare le infinite sfumature delle cose e dei soggetti. Nella gioventù questo probabilmente Strand non lo aveva ancora compreso a fondo.

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Ma nel pieno della maturità la sua ritrattistica si rivolgerà prevalentemente all’immobilità della pittura anche se in ambiti sicuramente diversi. Da notare che proprio a causa di Native Land, Paul Strand ebbe gravissimi problemi durante il periodo maccartista, al punto che fu costretto a lasciare il cinema per dedicarsi a tempo pieno alla fotografia. Dopo una breve adesione alla scuola pittorialista, Paul Strand si orienta verso una concezione realista della fotografia, di cui fu uno dei primi interpreti. I soggetti sono di volta in volta utensili, macchine e oggetti di uso quotidiano - cui la ripresa in primissimo piano conferisce astrazione e valore simbolico - o persone, scelte tra la gente comune. La Donna orba (qui a lato), fotografia scattata nel 1916, è un esempio dell'abilità di ritrattista di Strand, in seguito incaricato di ritrarre anche uomini pubblici."

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Se gli albori sono incerti e poco definiti la carriera avrà due svolte fondamentali:  l’ incontro con Alfred Stieglitz che risulterà determinante per farsi conoscere ad una platea più vasta e soprattutto per approdare al gotha della cultura newyorchese. Durante e dopo gl’anni della Grande Guerra Stieglitz è un personaggio intuitivo che pullula di idee, organizza mostre degl’ Impressionisti, dei Cubisti, dei Futuristi i quali sovvertono i criteri estetici ottocenteschi e suc-cessivamente dei fotografi secessionisti sulla Quinta Strada della Grande Mela.

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Paul Strand s’ingloberà alla perfezione a questa scuola di fotografia d’oltreoceano, anche se dobbiamo dire che i critici nelle loro disquisizioni più volte hanno raccolto diversi artisti sotto un unico filone senza tenere conto di alcune differenze tecnico espressive. Difatti il paesaggistico universale di Adams, epico, di straordinaria nitidezza con metodi innovativi di stampa e senza esseri umani nelle scene, come lo è in second’ordine quello di Minor White, oppure i duttili nudi e sperimentali di Weston, non potrebbero essere comparati ad alcuni esteti, per quanto bravi, ma sostanzialmente dei documentaristi.

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Lo stesso Andrè Kertesz è da sempre oggetto di discussione aperta tra gli storici se sia diventato un fotografo americano oppure no, nel senso della manifestazione visiva, quando le sue origini erano ungheresi e soltanto a cinquant’anni prenderà la cittadinanza statunitense trascorrendo così un periodo della sua vita nel nordamerica. Il secondo incontro di particolare rilevanza nel cammino artistico di Strand avviene dopo numerosi viaggi all’estero: in un convegno a Perugia conosce Cesare Zavattini con il quale nascerà l’occasione per fare il libro “ Un paese “. Il volume offre al fotografo la possibilità di raccontare la bellezza e l'emotività di un Italia contadina nel dopoguerra, entrando con l’obbiettivo nella spontaneità e nell’ umiltà dei villaggi, accostando volti ed espressioni, sottolineando i rapporti che intercorrono tra i residenti, talvolta riprendendo l’oggettistica e i manufatti della terra.

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Le immagini e i testi, quest’ultimi scritti da Zavattini, s’incentrano soprattutto nella zona di Luzzara dove era nato il direttore cinematografico neorealista, il quale gli dispensa consigli sulle peculiarità della comunità in un momento di particolari trasformazioni sociali. Se l’originale idea di narrare questi luoghi in un dialogo di penna e negativi stampati fu prevalentemente di Zavattini, un illuminazione in perfetta simbiosi con il tempo e lo spazio, al fotografo va riconosciuto l’enorme merito di aver esplicato con una precisa osservazione un Italia speranzosa, in attesa di un futuro migliore ma con la volontà di lavorare e di costruire, dove lo spettro mentale della seconda guerra mondiale non era però del tutto scomparso. Strand aveva già attraversato le esperienze delle pub-blicazioni  “Time in New England"     e  “Le France de profil “ che gli fecero conoscere gli stili di vita europei, all’epoca molto differenti da quelli americani, ma che probabilmente non lo avevano soddisfatto dal punto di vista culturale e ideale.

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Dal lato del mezzo meccanico e delle scelte dei derivati fotografici Paul Strand è sempre stato un fermo assertore del bianco e nero, mai manipolato con trucchi chimici, mentre le stampe finali erano al platino o al palladio per estrapolare la purezza della gamma tonale sempre molto estesa e quasi mai in alto contrasto. Utilizzava apparecchi di grandi dimensioni, banchi ottici o folding in ambienti esterni, i quali richiedono pazienza e precisione per avere una perfetta messa a fuoco sui vetri smerigliati, inquadrature spesso semplici indirizzate al detrimento dell’estetismo formale. Nella metà degl’ anni cinquanta darà alle stampe “Outer Hebrides “, un reportage sulle Isole Ebridi, fotografie che ribadiscono il concetto dell’isolamento insieme alla vastità del territorio e gl’abitanti che riescano a viverci.

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Il successivo “ Living Egypt “ è un opera in cui riesce a dare risalto alle radici etniche e all’antichità dell' area mediterranea. Poi la Romania nel cuore dei paesi satelliti al socialismo sovietico, un impegno fotografico più distante dai consueti, rivolto in parte alla modernizzazione, al movimento operaio nei cantieri navali e nel settore petrolchimico. L’ultimo viaggio è in Ghana su invito del Presidente Nkrumah, a confermare un amore per l’esplorazione dell’ Africa che non è mai venuta meno, ma gli rimane il desiderio incompiuto di poter visitare il deserto del Sahara. Ne viene fuori “Ghana: An African portrait“, edito da Aperture. Una collezione di splendide foto ma che cominciano a fare intravedere i segni della malattia e della vecchiaia. Problemi di cateratta agl’occhi lo portano a formare immagini un po’ più pastose, talvolta con ombre profonde, ma sempre d’incredibile effetto dove si sottolinea un umanesimo a cui è sempre rimasto molto attaccato.

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Le figure firmate da Strand restano una dimostrazione interpretate in maniera a dir poco sublime: un metodo induttivo nella composizione della scena che li vede in prevalenza posati, catturati con uno sguardo quasi sempre diritto alle lenti della fotocamera, fissi, come se i soggetti ne fossero attratti. Paul Strand è un fotografo che ha fatto dell’autenticità e dell’obbiettività una ricerca sempre costante per sviscerare tutte le possibili sfumature della vita,  ma che non rappresentano “attimi storici“ o di emblematica crudeltà, come hanno immortalato i grandi autori del fotogiornalismo e neanche simili a quelli che vengono definiti gl' esecutori specializzati in particolari immagini di viaggio. Molti lo hanno definito anche un fotografo “politico“. Certamente è forte l’impegno, la curiosità verso il sociale e la voglia di dimostrare lo spirito e l'anima delle popolazioni rurali, considerato soprattutto la sua provenienza culturale cittadina tipicamente americana, la quale lo induce anche ad andare a scrutare una parte dell’ emisfero comunista nell’ est europeo in un epoca dove le contrapposizioni delle concezioni dei sistemi collettivi erano molto intense.

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- Fotografie:  Fonte web
- Testi: Fonte web
- Da una idea di:   Paolo Rafficoni
- Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano - Rosso Foto
- Direttore di Rosso Foto:  Paolo Rafficoni
- Supervisione:  Manuela Verbasi
- Editing:    Paolo Rafficoni
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