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blog di Fausto Raso

Il gergo e il dialetto

 
Molte persone confondono il gergo con il dialetto, nel senso che li ritengono l’uno sinonimo dell’altro. Non è cosí, anche se i due termini possono essere considerati una lingua. Facciamo chiarezza, dunque, cominciando con l’esaminare il primo vocabolo: gergo. Sotto il profilo etimologico la voce, intanto, non è schiettamente italiana (o latina) ma francese, per la precisione il francese antico “jergon” o “jargon” (‘linguaggio degli uccelli’, quindi linguaggio ‘incomprensibile’). Il gergo, infatti, come lo definiscono i vocabolari, è “una lingua speciale usata dai membri di un gruppo che non vuole essere capito dal resto della comunità”, oppure “linguaggio convenzionale limitato a una ristretta categoria sociale” e per estensione “ogni linguaggio artificiosamente diverso dal linguaggio comune”.

La mente e l'avverbio

Felicemente, costantemente, opportunamente, eccetera. Quante volte nello scrivere e nel parlare adoperiamo queste parole per esprimere uno stato d’animo o il modo in cui viene svolta o svolgiamo un’azione. Forse, però, non ci siamo mai soffermati a riflettere sul perché queste parole hanno la medesima terminazione: mente. Vediamo, dunque.
 

I «singenionimi»

 
Non lasciatevi ‘impaurire’ dal titolo, cortesi amici e amatori della lingua italiana: il termine che avete appena letto – di provenienza greca – rientra nel ‘glossario’ dei vocaboli e indica un nome di parentela, come padre, madre, consuocero, ecc. Uno zio, quindi, dal punto di vista prettamente linguistico è un “singenionimo”, vale a dire un nome che esprime un rapporto di parentela. Molti “testi sacri” (vocabolari - ad eccezione del Battaglia e del GRADIT - e grammatiche) ignorano questo termine che noi, invece, vogliamo mettere bene in evidenza perché siamo fermamente convinti del fatto che chi ama la lingua deve conoscere il “gergo” e tutte le norme che la regolano, e tra queste ve n’è una che stabilisce il corretto uso dell’articolo con i… singenionimi. 

La luna e il porto

Il vocabolario di una lingua si arricchisce non solo per i termini che riceve in prestito o in dono da altri idiomi – gli “americanismi”, per esempio – ma anche e soprattutto attraverso le voci che si formano spontaneamente (fenomeno che potremmo definire “autogenesi linguistica”), per derivazione spontanea, appunto.

Il sangue blu

 
Se siete di nobile casato, e nelle vostre vene scorre il cosiddetto sangue blu, non confondetevi con il popolo cadendo nell’errore comune – quando scrivete – di accentare il blu: non occorre, basta il vostro nome per indicare il nobile lignaggio. Bando agli scherzi, l’aggettivo blu, come tutti i monosillabi, non necessita di accento.
Prima di addentrarci nei meandri linguistici dei monosillabi e nel caso specifico di blu, crediamo sia interessante soffermarci sull’origine della locuzione avere il sangue blu. Tutti conoscono il significato scoperto dell’espressione; pochi, forse, conoscono quello coperto, vale a dire la sua origine.

Il grano e i tacchini

L'aerometro e... l'areometro

La fattura e la.... stregoneria

Breve viaggio nella foresta del vocabolario alla ricerca di parole omofone (parole che hanno la medesima grafia  e  il medesimo “suono”) ma di significato diverso di cui la nostra lingua è molto ricca.

Attento, arriva l' «imbecille»

 «Ciao, imbecille – lo apostrofò con entusiasmo Paolo – vedo finalmente che sei completamente guarito». Giovanni – suscitando la meraviglia dei presenti – anziché risentirsi gli corse incontro e lo abbracciò calorosamente.

L'emarginazione

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