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blog di Bruno Amore

Ho visto dio

Ho visto Dio
Un bambino bruno
ritto tra mille adulti
inginocchiati adoranti
corrucciato in viso
col gomito appoggiato
il mento sul palmo
sui reni del padre
chino fino a terra
In quel mare di deretani
volti al cielo che la fronte
tocca l’acconcio tappeto
m’è sembrato un burbero Dio
contrariato da tanta stucchevole
esibita devozione.
 

Memento

Ho deciso di non aver memoria
il giorno della memoria
per evitare di uccidere
la mia appartenenza
al nostro genere
che lontanamente è umano.

Vedo colori ancora

avevo occhi un tempo
che come fiori
sbocciavano ogni giorno
per cibarsi di sole
avevo un cuore
dai mille battiti come
un rutilante colibrì
per condividere tutti i lai
e braccia larghe
come ali d'albatro solingo
che miglia e miglia vola
per abbracciar l'amore
ora ho gambe grinze
lente di testuggine secolare
che solo al margine
mi manda del branco
eppur vedo colori
ancora.

Quelli shick al bar del corso

chissà perché mi do pena continua
per quello che succede intorno
quasi avessi una sola possibilità
di porvi un qualche rimedio.
Incombe la tenebra nella notte
e alieno stanco nasce il giorno
allora - forse - è meglio andare
per queste strade vuote d'anima ma
piene di gente svagata impassibile
con una tascata di giuggiole mature
succhiarne il dolce succo
e sputare i noccioli sui cappellini
alla moda sui calzoni falsovecchio
di quelli seduti sul mondo
al bar shick del corso principale.
 

Seme e germoglio

 mi semina a spaglio sorrisi
come segale o frumento
sul declivio della vita
che l'accoglie incubandoli.
e sì che la nutro
leggo scrivo penso dico
la neve della riflessione
li protegge dal gelo della realtà.
a primavera allago di cielo
gli occhi della mente
cerco tra le pieghe le zolle
dell'anima i germogli attesi
nasce poco o niente
che non sia buono il seme?
 

Però

 
portare in tasca un mal di testa
per un sogno da nulla su lei
che ti guarda spesso come non ci fossi
raccapezzare un letto sfatto
da incontinente voglia d'averla
farà di questa giornata
una fottuta ragnatela appiccicosa.
così te la porti al mare, l'emicrania
l'onde agli scogli montano schiuma
scricchiolano le conchiglie
sotto i passi distratti lungo riva
la cornacchia vola dalla carcassa
gracchiando disturbata.
la brezza salsa fruga tra i capelli
e le falde dell'impermeabile
il sole che bacia senza scaldare
spinge lo sguardo verso l'orizzonte
infinito lontano e s'apre l'anima.
quanto è grande l'universo
e tutto mi sfiora mi prende e si dà
non è perduta l'immensità di esserci
...se ci fosse lei...
 
 

Livorno

 
certe volte siedo ancora
sulla spalletta del fosso (*)
stesso posto come cent'anni fa
a rimembrar la stessa gente passare
portando vecchi fardelli pesanti
borbottando tra se imprecando
e qualche importuno schiamazzo
scappare via a volo passero radente
quotidiane faccende in ciabatte
delle donne ai banchi del pesce
le giacche a spalla dei portuali
giù dal turno, abbottonati quelli
che andavano a montare sul trasto
lenti scricchiolare i navicelli (*)
imprigionati alle banchine
sfregandosi per le spinte d'onda
di qualche barca a motore
verso la darsena della fortezza vecchia
il grido gioioso di finto spavento
d'una madre che rincorre un elfo
irridente mezzo nudo inzaccherato
che finge d'essere imprendibile.
 
(fosso=canale; navicello=barcone da scarico)

Sguardo terminale

 
Sua madre disse
ti cerca, dopo tanto silenzio
e due figli ognuno da altri
strada lunghe polverose le mie
anfratti bui complici i suoi
e semmai mi ricordai di lei
sempre fu il suo sguardo
infantile e inquietante
di occhi troppo grandi
a riportarmela.
Azzurri o verdi non ricordavo bene
forse entrambi a seconda dell'ora
e penetranti ingenuamente fondi
lì inchiodati in mente
da quando lontano andato
che un nostro amore non pareva dato.
Dice sia malata spero niente
così l'ho vista
minuta delicata più d'allora
e gli occhi enormi più grandi pare
belli anche ora circonfusi d'ombra
di nebbia attraversati e mesti
ma dentro ,in fondo, arrivano ancora.
Mi regala un sorriso dalle labbra esangui
mostra tutta la pelle più di sempre bianca
ha le braccia massacrate e lieve piange
un lampo m'acceca una fitta mi trapassa
mentre sussurra piano dice lenta
se me ne hai voluto e me ne vuoi ancora
vado via contenta.
 
 

Sguardo impossibile.

Due fiamme verdi anzi no viola
neri si neri
quella notte al parco
puntati fissati in quelli miei blandi
e le labbra a taglio di rasoio.
Le foglie riproducevano
il tremore ovattato delle mani
affondate nelle tasche
muto sordo esterrefatto come un sasso
che a calci fai rotolare ad ogni passo.
Adesso è il tempo giusto per capire
far quel che devo crescere imparare
non è più tempo di ridere e ballare.
E passava ancora un nero bastimento
di una ciurma di laidi equipaggiato
un saluto spiccio un salto e addio passato.
Mentre all'orizzonte me ne andavo
trapassato sentii una fitta nel costato
quella smorfia che in faccia avevo stampato
per garantirmi un fiero commiato
s'appese ai lati della bocca
seguì un sussulto e bruciore agli occhi
d'improvviso mi sentivo stanco
le guance si rigarono di pianto
che invero non è mai cessato.

Sguardo ammaliatore

 
M'hai legato con un vinco
al tutore ch'è il tuo guardo
sensuale elettrizzante
quel tuo modo di mandar segnali
di tra le ciglia lunghe
ventagli orientali
a custodir bellezze.
Tutte promesse inventate
buste contenenti speranze insulse
che aprirai sorridendo
di non spender nulla
per far felice alcuno.
Hai innescato uno ordigno terribile
che solleva un'onda anomala
di emozioni desideri irrefrenabili
che si appagheranno soltanto
con un si o forse un poi
giammai con un mai.

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