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Le Metamorfosi

Le Metamorfosi di Ovidio
I° Capitolo
I° Episodio
 
Dedicato all'Amore
Sono nato non sulla strada, ma in una stanza al primo e unico piano, di fondo corridoio, di quelli che allora chiamarono gli ultimi bordelli.Un quinquennio, forse, prima del grande scoppio del boom economico italiano. La località dove fui partorito è una cittadina del Centro nord Italia.
Di lì a qualche anno dopo la mia nascita, i casini chiusero definitivamente, e mia madre e le sue compagne si trovarono, non senza un lavoro, ma a dover pensare veramente a se stesse senza protezioni se non quelle proprie.
Ognuna di loro, tranne pochissime, tornò (il legame familiare in casi di difficoltà è l'ultimo a morire) chi a un fidanzato, chi a un marito ed ai figli nel frattempo lasciati in custodia, chi alla casa dei genitori.
L'avventura di mia mamma, una spagnola quattordicenne di Montcalm Ou Massif sui Pirenei, era iniziata scappando di casa dalla disperazione per quel luogo pietresco dove il sole sparisce presto e a picco come nasce, i suoi costumi e tradizioni duri e schivi più di quelle pietre, recidendo con essi, con la famiglia d'origine, con i parenti, ogni affetto e nostalgia possibile. Perché promessa ad un cugino più anziano di lei di quasi vent'anni: l'unico commerciante di ovini benestante che lei ricordasse per quei crocicchi, quelle strade, quelle case ad angolo vivo squadrate e grigie, quei luoghi impervi.
Non era innamorata di alcun giovane con cui organizzarsi, con cui fuggire. Scappò unicamente per fuggire il tedio che si era immaginata dovesse diventare la sua vita.
Per non uccidersi per quel motivo.
Un andorrano anziano, che percorreva abitualmente quelle salite e discese a strapiombo commerciando granaglie e legumi con un piccolo furgone, un Renault anteguerra, le offrì di portarla fino alla frontiera con la Francia, a Unnamed, e una volta lì, scaricarvela.
Si sarebbe risparmiata due notti sotto zero (avrebbe dormito in cabina con le sue coperte addosso e avrebbe scampato le affannose ricerche del padre e del fidanzato per riprenderla).
Per scampare dalle manacce che cercarono di violarla a più riprese pur avendo i muscoli delle gambe allenatissimi, nelle due notti in cui si svolse quel viaggio allucinante, ed evitare di ritrovarsi dentro le labbra, a cozzare contro la lingua quella bocca sdentata e puzzolente di denti guasti e vino tinto, però, qualcosa dovette lasciarla. Ciò che lasciò al suo olfatto fine abituato alle erbe ondose di venti che scorazzavano liberamente per quei dirupi, tra quelle gole, spinto al contatto forzato con il capronesco di quel ventre arrogante, schiuso alle braghe di vellutaccio, fu quel che Marianne scambiò, lasciando in pegno alle pietre da cui si partiva la selvatichezza propria della sua gioventù.
La cittadina dove si trova il bordello cui approdò è ai confini tra la provincia di Piacenza e la Lombardia. Correva lungo le mura dove ora si trovano un argine fiorito ai bordi della tangenziale raddoppiata di corsia e un simulacro di fortezza al centro. I mattoni sono gli stessi. E nello stesso stato. Soltanto, nelle crepe tra quei mattoni ruderosi, d'estate ora vi fioriscono odorossimi fiori di cappero che nessuno più raccoglie invasandoli sotto sale come allora.
Molti di quei boccioli e fiori meravigliosi, immagino, sono figli e nipoti dei semi e delle talee che, deliziandoci per un'unica ora libera prima di cena, noi figli di puttane potevamo permetterci di spartirci in santa pace. Perché eravamo gli unici a possedere l'agilità per poterlo fare.
Usciti allo scoperto a sederci su un prato chiaccherando come tutta l'altra ragazzaglia nelle loro gite fuori porta, non li perdevamo di vista un attimo.
Era il godere: i profumi, e i colori fin anche delle metà stagioni.
E il ridere, di tutto e di tutti.
Perfino della Maman e delle sue manie, e dei suoi sogni. Dei clienti, soprattutto: delle loro ingenuità, di quelle che “ troie e sgualdrine” (così si chiamavano tra loro, non certo puttane o, peggio, prostitute o signorine) dovevano far finta di non vedere. Delle angherie e strane richieste cui eravamo sottoposti, del portare su in camera secchi e secchi d'acqua riscaldata senza rovesciarne una goccia, non bastasse a prelevarla dal pozzo e portarla fin lì sulle spalle e sui busti esili, ancora in formazione.
 Sulle perversità, o presunte tali, ( cioé su quanto s'era già formato) invece, discutevano le nostre madri. Quelle erano l'anima delle loro discussioni. Sia per mettersi in guardia l'un l'altra, che per ammaestrarsi vicendevolmente, che, per non lasciarsi sviare. Perché, esse, erano lì per vivere, non per lasciarsi prendere e perdersi dietro un cazzuto di Cliente. Giovane o bello, o ricco che fosse, o peggio di tutto, intrigante come un satana. Esse erano concrete.
A questi, agli intriganti, veniva riservato non un occhio particolare, bensì un'attenzione, particolare.
Immancabilmente, tutte, dalle più giovani, alle più mature, avrebbero saputo riconoscerli ad occhi e orecchi foderati. Era il tocco, la leggerezza del tocco, l'educato senza l'insistito del suono della voce appena entrati dietro la folata della porta, la focalizzazione da parte di costoro sui loro sensi, sulle loro scoperture. Da brividi, da drizzarsi i peluzzi, i più minimi, dell'epidermide. 
E come ti adocchiavano: senza parere, giù nella sala al pianterreno dove le ragazze sedevano parlandosi.
A volte, in quelle stanze addobbate con broccati dozzinali alle pareti, con croste copie di pittori dai nomi altisonanti, di sofà turchi a schiene addossate l'una all'altra, di tappeti d'oriente riforniti alla Maman dal suo amante marocchino che aveva fatto parte del contingente dei goumiers di stanza al Centro-Sud scatenati a Napoli, e che l'aveva seguita fin quassù, che d'esotico avevano la fattura perché fatti a mano dalle due mogli e dalle cinque figlie perennemente segregate del goumier, e il fatto di non portare raffigurata alcuna effigie umana poiché considerato sacralmente scandaloso, in queste stanze cappate dal fumo di sigaretta e i profumi delle donne, scoppiava, per un nonnulla, a volte un'ilarità non contenibile; i cui scoppi raggiungevano perfino, come risucchiati dalla tromba delle scale e semicerchio, stanze a porte chiuse e letti le cui reti metalliche già risuonavano di ottone pre ri-fuso.
Erano quelli i pomeriggi festivi, o le serate, che più, noi abitanti della casa, ritenevamo come in uno scrigno in memoria, anno dopo anno.
E si tiravano fuori come si riportassero alla luce interi siti archeologici i più cari delle nostre vite, senza trovare nemmeno il coraggio o necessità di darvi una spolveratina, una ripassata con le dita. Bastava che una desse il là, un accenno di nota, e quelle membra, quei muscoli facciali tornavano a fremere, contrarsi, distendersi, le ginocchia a folleggiare, a piegarsi le vesti in libertà e a lasciar passare sotto le linoline gli zefiri che balbettavano sui seni in una danza dionisiaca fuori da ogni possibile controllo. ll monte Citerone era ancora là, non si era mai spostato dalle sue brume calate lungo il possente fiume fino a noi della pianura, del confine.
Ne potevamo ancora assaporare, attraverso il colore delle acque cangianti, ad ogni stagione, i pini secolari, i cedri che ne celavano le asperità, immaginare le profonde grotte, l'aspro sottobosco, le foglie caduche che velavano le cacce di Diana cacciatrice, le belve, le ninfe, le fonti, i satiri e gli dei possenti, le dee che vi incontravano gli umani per avvolgerli nei loro vapori, e possederli.
Le ombre poi, origine sempre dell'inganno, erano quelle che ad ogni sera, traformavano a mio beneficio, o discapito, le espressioni di quei volti.
Così capitava che la Ferrarese, colei che per fama aveva varcato il limite tra le due regioni per la propria bravura professionale, si trasformasse in due occhi concentrati su una macchiolina infinitesimale sul proprio reggiseno largo quanto una federa che sventolava dal filo che correva sospeso tra il chiodo ormai arruginito infisso tra i mattoni dal claudicante uomo di fatica, (Matteini) e l'altro capo legato dalle donne al ferro a T che mi superava la testa di un metro appena. E lei, la Mafalda, avesse perso, con quel velo che le copriva gli occhi, la proverbiale concentrazione sul...che tutti le riconoscevano.
Nemmeno io ero più fatto oggetto della sua bonomia, delle sue attenzioni, della sua larghezza degli zigomi, tutti dicevano slavi. In quei momenti. Io, nato da uno sconosciuto. Sicuramente, un dio. Io fasciato, avvolto da un bacino ed un seno giunonici. Che me ne stavo là, come può stare a sognare un bambino accolto, ma perdonato delle colpe del padre.
Si spegneva da sola, la follia del dio bambino incapsulato nella coscia delle sue tante genitrici, scemando pian piano, solo dopo aver sparecchiato il tavolone comune nella stanza sul dietro, quello illuminato da un grande lampadario a soffitto, a gocce, due appliques delle stesse gocce sulle pareti più corte, e da due finestre contigue ad inferriata che davano sulla sede stradale di passaggio delle macchine intorno la rocca, quando veniva l'ora di rinfrescarsi e darsi alla vestizione e al trucco.
Ciò, in parte, anzi molta parte, non lo avevo visto direttamente. Lo sentii, però, in quanto me lo raccontarono mia madre e la sua compagna, che si erano strette in un'alleanza inossidabile. Vero, però, che a tre anni di età, ero già stato costretto, dalla Maman e dalle vicissitudini, a portare, ad ogni ragazza che ne facesse richiesta, acqua saponata e pezzuole e acqua riscaldata sui braceri a sinistra dalla grande porta a vetro zigrinato: a secchi. Quella era la mia funzione.
' Francè, ti meriterai il paradiso, non ci pensare. D'altra parte, se questi sono sozzi, cosa ci possiamo fare noi povere sgualdrine?' Recitava immancabilmente ad ogni fine corsa, la ferrarese, la rinomata Regina, anche fuori di provincia, dei bocchini.
L'antitesi di Marianne, mia madre, in tutto consenziente tranne che in quella particolarità.
 
Sia io, che gli altri quattro garzoni di bottega, altrettanti figli c'eravamo ridotti, eravamo autorizzati ad entrare, per il servizio, in ogni e quasiasi stanza ove si trovasse una ragazza, “una puttana” senza bussare, né preavvertire a voce; qualunque cosa fossero intente a fare. In qualunque posizione, o fase, amatoria si trovassero.
L'unica cosa che ci era stata proibita era di entrare nelle porte  su cui pendeva il numero delle nostre madri. Su questo punto la Maman non aveva mai concesso deroghe, né mai avrebbe cambiato idea.
 
 

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