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S.O.S.

I crateri, i canyons, numerosissimi su tutto il pianeta tanto da cambiarne l'aspetto, praticati nel terreno per asportarvi quel minerale verdino, così prezioso da rimuovere una montagna di calcare per poche pietruzze di materiale, vanno – a mano a mano – riempiendosi di spuria, l’elemento gassoso, pesante, che aleggia qualche metro sulla superficie e fa da schermo ai raggi micidiali di Balum, per cui sui tavolieri, di giorno il calore e le radiazioni sono insopportabili, persino a coloro che sono protetti da lucenti corazze.

- Finché c’è luce posso cacciare quasi impunemente, che gli alieni, non riescono a individuarmi. I raggi caldissimi della nostra stella, occultano le nostre emissioni infrarosse. Ma di notte, loro hanno attrezzi capaci di leggere nel buio le più piccole emissioni di calore. Non possiamo avvicinarci alle loro installazioni, di non so quanto, che sei ucciso. Questa caccia sta andando male, sono fuori da tante notti oramai, mi hanno inseguito due volte e ho dovuto lasciare la preda sul terreno e loro l’hanno portata via. Che ne fanno, visto che non la mangiano. Da quando sono qui, tutto pare velocemente cambiare e certe cose scomparire o trasformarsi talmente che non riusciamo ad utilizzarle. Molti di noi sono andati in altre zone, per sopravvivere. Oramai aspetterò il sorgere di Balum, questa notte ho già rischiato troppo e poi, in fondo, preferisco catturare un gracidante che un viscido, anche se è più combattivo e resistente. Le mie compagne avranno provveduto ai piccoli con qualcosa : nidiate, germogli o nuotanti, certo qualcosa devo portare se no è fame per tutti, al ricovero.

Si acquattò in un anfratto, avvolse la grossa e lunga coda attorno ad una gamba e coscia, si rassettò i pochi indumenti intorno al corpo, allacciandoli stretti; nella notte la temperatura scendeva più di quanto il giorno saliva e sebbene affamato, bloccò in allarme la parte vigile della mente e consentì a quella che presiede il comando muscolare di rilassarsi.

Due luci violente, due fari di luce gialla, trafiggendo l’oscurità perlustrano il terreno denso di vapori, oltre quelli emessi abbondantemente dal carro che procede dietro un sommesso potente ronzio. Passano oltre, rasentando il rifugio, sebbene le antenne per captare ultrasuoni e infrarossi, sondassero lo spazio con tentacoli invisibili elettronici ma, l’indigeno si era destato, immobile non tradì presenza e la rilassatezza corporea produceva un minimo calore, che non venne rilevato o forse, la strumentazione di bordo non era ben calibrata. Si mise a pedinare, rimanendo nell'area calda che provocava, il mezzo meccanico che procedeva scegliendo il terreno senza eccessivi ostacoli. Quando si fermò, vicino ad una grande pozza di frodis , quel liquido venefico per gli indigeni ed esilarante per gli alieni, che lo cercavano sempre.

- Se scendono dal carro, posso tentare.

si disse, mentre strisciando di riparo in riparo si avvicinava ulteriormente al blindato, ormai col propulsore al regime minimo. Si aprì il portellone di fianco lasciando balenare l’illuminazione lattescente dell’interno, che disegnò l’apertura sul terreno. Ne scese un alieno in scafandro, il solito bipede inequivocabilmente, con due arti ai lati del corpo, nella parte superiore, e sopra, al centro dentro un casco ovale, la testa dell’essere. Si diresse lentamente alla pozza tenendo in mano un oggetto come un recipiente a bocca larga, si inginocchiò difficoltosamente e immerse il recipiente nel liquido rutilante, due volte. Mentre si rialzava, un altro di quegli esseri, uscì dal portello, dirigendosi verso la pozza con il mano lo stesso recipiente, sembrava una manovra di scambio perché l’altro stava per rientrare. Rapido più di qualsiasi fiera nota, con una mole doppia a quella dell’alieno, si precipitò contro quello che rientrava e lo urtò tanto violentemente che lo fece stramazzare a terra dopo aver urtato la struttura del veicolo con un rumore di ossa rotte, che per il contraccolpo si era spezzato il collo. Senza badargli più di un secondo, si avventò sull’altro, ancora chino alla pozza, afferrandolo per il casco e affondando l'unghia tagliente del secondo dito dei quattro della mano, nella connessione elastica tra il casco e il tronco del corpo, che consentiva i movimenti corporei indispensabili. La pressurizzazione dello scafandro fuggì con un sibilo e l’aria evaporò immediatamente, da quell’apertura corrispondente alla ferita fisica, cominciarono a uscire, esplodendo, visceri e organi. Il sangue schizzava alto in getti intermittenti. Con movimenti rapidi e violenti, il cacciatore, liberò il corpo dello scafandro e rivestimenti interni, si trattenne ad osservare quelle sembianze gracili, bianche, lisce, glabre e senza scaglie, prima di farlo in grossi pezzi e sistemarlo in una rete da trascinare. Ma lo incuriosiva più di tutto la testa, con quella bocca piccola, denti piatti, e gli occhi rotondi, piccoli secondo le sue misure, ma espressivi, comunicativi alfine. Ora erano sbarrati dal terrore, spalancati e l’iride azzurra era luminosa alla strana luce dell’alba di Balum, ottavo pianeta del sistema KH280.

Il veicolo, programmato su “allarme”, data la eccessiva assenza dell’equipaggio dai comandi, si attivò, inviando alla base, segnali di S.O.S.

 

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