La coscienza della diversità. | Prosa e racconti | Bruno Magnolfi | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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La coscienza della diversità.

            
            Ero rimasto a lungo seduto nella piccola stazione degli autobus. Sulla panchina ero da solo, inizialmente, poi si era seduta una signora, infine anche un uomo. Spesso continuavo a ripetermi che non mi sarebbe dovuto importare niente degli altri, che dovevo preoccuparmi soltanto di me stesso, eppure le facce delle persone che vedevo o che incontravo, le loro espressioni, quei modi di muoversi e di camminare, mi affascinavano, mi facevano venire la voglia di rapire almeno qualcosa di quelle tante maniere di essere, come se i miei modi fossero del tutto incompleti, e avessi costantemente bisogno di imparare qualcosa dagli altri.
            Certe volte osservavo qualcuno e mi pareva che il mondo fosse diverso dentro ai suoi occhi, poi guardavo specchiata in una vetrina la mia faccia, il mio corpo, e tutto pareva riprendere la completa normalità. Dovevo cercare di essere soltanto me stesso, continuavo a ripetermi, ed evitare di cercare somiglianze con chiunque mi passasse vicino, ma le cose certe volte mi prendevano da sole la mano, e mi ritrovavo senza neppure rendermene conto nei panni degli altri.
            Altre volte mi fermavo per strada senza neppure sapere il perché, qualcuno magari mi chiedeva il motivo di quel mio comportamento, ed io con innocenza rispondevo che non c’era nulla di cui preoccuparsi, andava tutto benissimo, le cose erano sotto controllo, ma certe volte vedevo che in più d’uno mi guardava con un certo sospetto, come se le mie parole non corrispondessero perfettamente a ciò che quegli individui pensavano realmente di me. Allora mi muovevo, camminavo nella stessa maniera di tutti, salutavo qualche passante, sorridevo persino, e la realtà scivolava via senza troppi problemi.
            Sopra la panchina nella stazione degli autobus le persone sedute continuavano ad alternarsi, stavano in attesa per dieci minuti e poi salivano su qualche corriera, andandosene via, chissà dove, con i loro modi di camminare, di salire sopra ai gradini dei mezzi, di muovere le mani avanti e indietro per stabilire un equilibrio sicuro. Tutti avevano, dentro di loro, pensieri inesplicabili, si lasciavano avvolgere da una realtà che forse riusciva appena a sfiorarli, e dietro ai loro occhi, mediante quelle idee che riuscivano a scorrere continuamente dentro alle loro menti allenate, prendevano coscienza di tutto, sviluppavano pensieri speciali, mostravano completa autonomia dal mondo circostante, al contrario di me che certe volte non riuscivo neppure a riflettere.
            Infine mi ero alzato anch’io come loro, da quella panchina lucidata dai corpi, avevo chiesto un’informazione qualsiasi a una persona che mi stava vicino, ed ero poi salito sulla vettura che mi aveva indicato: forse non importava neppure sapere con esattezza dove fosse diretto quell’autobus, l’importante era andare, muoversi velocemente da lì, come prima o dopo facevano tutti coloro che frequentavano quella stazione. Mi ero guardato attorno un’ultima volta, avevo visto che qualcuno aveva preso il mio posto e si era seduto: potevo essere io, pensavo mentre restavo fermo accanto allo sportello; forse no, decidevo alla fine, sicuramente quella persona aveva molte più idee di quante io, con tutti i miei studi e i miei tentativi, avrei mai potuto mettere insieme: dovevo rassegnarmi prima o poi, questo era il punto; non sarei mai riuscito ad essere una persona qualsiasi.
 
            Bruno Magnolfi
 

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