L’ombrello, la paura, il viso e la nuvola seduta (intersezioni - 1) | dialetto | ferdigiordano | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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L’ombrello, la paura, il viso e la nuvola seduta (intersezioni - 1)

 
            L’ombrello è la cooperazione di stecche metalliche che integrano uno svolgimento, un compito di riparazione. Stanno insieme per stendere un velo. Agiscono dal riparo, intimoriscono la pioggia.
 
            Chi trema ha visto fuggire da sé un sapere disperato: cosa c’è nella culla del boato, cosa cade del muro occidentale. Se la vita non produce tanto rumore, cosa spaventa in quel credito di voce quando esplode.
            I sussurri accalorano i curiosi, ma le voci urlate divelgono le fondamenta categoriche.
 
            La smorfia si situa sulla guancia come il nuovo mondo di colombo. Si cerca il sorriso dove l’isola del timore trova l’approdo. E’ un ghigno il soprassalto.
            Quella smorfia devasta il volto se si verifica almeno un tuono.
 
            Viene da sud, da una costola dello scirocco la nuvola seduta su paestum. Ha un nero astratto che tutti le riconoscono di carbone. Ma il carbone non c’è; è la stanchezza che conta nella migrazione: disciplina i glutei ai nidi, le ginocchia agli approdi. Dal med, almeno una mappa emerge; ed è lì, visibile, certa dove si cerca il vapore. Il vascello della goccia naviga il cielo ed attracca se un rombo atterra! Poi, la cupola della stoffa contiene la fuga interna. L’ovale pallido del tessuto, spinto dalla leva sollecita la molla, la presa diviene mossa fetale e qualcosa si attacca al seno della cava trasparente, fa crescere le pozze, liquida i dissidenti.
 
            Il vagito del sele cambiò l’aspetto della pianura, diresse una o più rughe asportando il sovrappeso delle discese: la cellulite rocciosa che buttera i fianchi del colle. Come si vede, il verde immobile non è più degli steli, il rosso dell’argilla lo rende fluido fin dentro la cassa del mare, dove rimonta il fondo. La maschera del viso diventa contagiosa: ogni cosa muta e la nuvola sui tetti non ha più orme da lasciare e ritorna soffio. Il respiro, ora, disincaglia la gola col nome dovuto: sia il corpo la voce.
 
            Ad ogni temporale sedimenta nuova polvere sotto l’uomo; s’innalza il terrore sugli argini dove prova il fosso a venir fuori; la goccia che decide il riparo è il peso più intrigante che c’è.
 
            La chiacchiera nei tuoi occhi descrive la ragione che sostiene un sorriso.
 

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