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appunti da una clinica per pazzi

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il mio ricovero alla Speranza di Cristo fu lungo e logorante.
arrivai a Giugno, il ventitré, alle 9 del mattino.
nel reparto 1 (al primo piano) c'erano i malati di depressione, nel 2 i casi con problemi più gravi. io stavo al 2. 
gli infermieri erano carini e sorridenti. prendevano la pressione, mettevano le flebo, pulivano i culi dei vecchi e dei giovani già belli che andati. li vedevi armeggiare con pinze e tamponi, strumenti per misurare la frequenza del cuore, punture, gocce e pillole multicolore, oggetti inusitati e carrelli per il pranzo. gli infermieri non si lamentavano mai, erano assoggettati al loro compito. erano mansueti.
non ci si capacitava come un infermiere avrebbe dovuto studiare 5 anni all'Università per diventare un pulisci-cacche-dei-vecchi. era strano ed impensabile.
c'erano molte cose a cui non avresti pensato. e poi, diamine, quella rosea cordialità!
la mattina facevamo colazione con latte e biscotti. ma c'era una macchinetta del caffè e io, dopo sveglio, ne prendevo sempre 4 o 5. poi passava la terapia. c'erano incontri con psicologi e attività ricreative a cui non partecipai mai.
quello che rifiutavo della clinica non era tanto la reclusione. la prigionia è sempre una questione mentale. quello che proprio non potevo soffrire era il senso fasullo d'armonia che gli addetti ti volevano trasferire.
non volevo disegnare fiori in una stanza con le pareti azzurre, non volevo armarmi di buona volontà e sculettare su un tapis roulant a velocità media. non volevo raccontare i miei stati d'animo né essere etichettato con questa o quella patologia. non volevo pregare a comando uno stupido crocifisso, non volevo le flebo, la pastina bianca al pesce, non volevo starmene tutto il giorno in pigiama e prendere pillole amare, ma quello che non volevo più di tutto era socializzare col mio prossimo.
i colli rosa dei pazienti mi sbattevano in testa. li vedevo dalla finestra aperta della mia stanza, mentre conversavano con la dottoressa Mustacchio, bizzarri, ispidi, rognosi, erano mostruosi come la pazzia, come quando le speranze si rivelano un bluff.
i loro occhi mi dicevano omicidio e stupidità, le loro camminate, morte, ma la dottoressa era così cordiale, splendente nell'ampio camice bianco dove sopra aveva affisso un cartellino con la semplice scritta: Franca.
nel pomeriggio si organizzavano uscite per le vie di Palermo. si andava soprattutto in parchi comunali, a guardare le papere o a mangiare coni gelati. non era obbligatorio uscire. e infatti io non uscii mai.
quello che ricordo con più dolore era il tempo logorante dell'attesa. gli ospedali erano la vera faccia del mondo. gli ospedali psichiatrici la sua faccia deturpata.
fumavo sessanta sigarette al giorno e non scrissi neanche una parola. non stavo male. semplicemente non provavo niente.
la fame nel mondo non era un mio problema. l'assenza di lavoro non era un mio problema. le rapine, gli omicidi, l'insensibilità non erano miei problemi. 
ero in un tempo fuori dal tempo. in un luogo che era un non-luogo. ero solo triste anaffettivo e arrabbiato.
ero nelle mani dell'uomo, nella bocca dell'uomo, davanti al suo extra-pompato-smisurato ego e sotto la sua dispotica cura. 
non lottavo contro la mia pazzia, lottavo contro tutta la dannata Umanità.
 

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