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Dalla prima lettera a Gion

L’occhio è il muscolo più toccante,
un tagliere perfetto la lingua e via via
incontrarsi permette nuovo sconcerto.
 
Se penso a tutti i pezzi da mettere insieme
(quelli che lo stupore rende incomprensibili
e quegli altri comparsi come incastri sapienti)
mi vedo terra di frontiera che deve essere aperta,
perché il confine tra le menti non è mai un capello.
 
Aperta non indica solo l’uscita
così come vengo non è solo io godo,
ma entrambi, aperto e vengo, nell’angelo
sono costole perfette. E non mancano a noi.
 
Vedi anche tu, Gion, quanta ambizione
possiede l’acqua a parole, come prende
la forma che meglio conviene; se può,
evolve a vapore per cadere dal cielo.
 
Mi chiedo se disponi di ombrello
o se, pur cedendo, le stecche siano conferme
che è giusto così com'è: cavalli, tigri, magnolie,
giurisdizioni di zampe e steli, colori e rumori
del freddo, fiamme e oceani intriganti,
sono racconti o recipienti che ci attendono?
 
Un uomo è soprattutto il bacino rimosso
dalla guancia in misura contenuta,
raccoglie quanto lo sguardo miete
e viene e si apre in segreto quanto toccato appena
 
e sai la grammatica della mente dove prende
quel richiamo che la lingua non segue.
 
 

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