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22- concorso anonimo "di chi sono questi anni? (ché io mica me li sento, li conto solo)"

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Solubili e alteri dentro una palla rotante nel cosmo vagante
 
Sincera vita mia, non per farne una tragedia mesta e beffarda e nemmeno una saga dai contorni accesi e pregni di simpatica riconoscenza per il tempo che passa  o per la vita che ci resta.
Non vintage, non cerotti per curare le ferite degli anni, non servono a nulla le ammirazioni dal pulpito inebriante ed i  ricettacoli di speme fresco da servire caldo alle fortunate avventrici, i figli ,  “piezzu o core” degni di essere futuribili emissari di un gene-re ormai spentosi nell’efficacia e privo di dinamico movimento.
Nulla si può pensare vecchio e appesantito dagli anni ,se il necessario passaggio temporale occorre sia adeguato alle modalità già ascritte al momento della nascita.
Intuivo ampiamente una minima parte della verità sbigottente e irrealistica, tanto da non essere mai stata alimentata da ricerche e interessi superiori alla norma e alla regolare chiacchierata delucidante l’annoso mistero della vita.
Non siamo altresì sicuri di quello che facciamo e  di quello che diciamo, non sappiamo a cosa serva vivere esattamente, ne a cosa serva morire di riflesso a cosa serva vivere con tante imploranti metodiche da assorbire e rendere attraverso le mitiche inossidabili gesta.
Imploranti e sbigottiti per la faccia da scemi che primeggia a parimerito di quell’abitudine che ci vede inclini a prenderci per mano ed assicurare un girotondo attorno alla fine del mondo, gettandoci poi sottoterra, che è meglio, i vivi sentono la puzza troppo per i sani e vegeti conservatori del posto anche disperatamente dopo l’attesa di una pensione che non sarà così facile da accettare come riconoscenza per una vita fattasi dagli stenti in su sempre più invivibile e retrograda, lasciandoci quell’aria invisibile addosso.
Passiamoci sopra tanto non si può fare altrimenti, non si aspetta nessuno, nemmeno i migliori, quelli che se ne vanno  prima, di solito, di buon ora rispetto alla necessaria routinarietà.
Prima o dopo, siamo un numero in codice dalla vita designato per fare la sua parte, per essere protagonista individualmente, semplicemente.
Gli anni passano e il peso dell’esistenza si fa sentire ogni giorno con la stessa matrice, sarebbe tutto più facile se a quella matrice ci alimentassimo, attendendo, evolvendo senza farci troppe domande, senza credere troppo alla società e alle regole che sono state scritte per facilitare l’intesa, l’accomunanza, o la semplice invisibilità, necessaria per non creare ai capitani di bordo, grattacapi aggiuntivi a quelli già previsti.
Siamo un genere fallibile, in una realtà che non si ferma mai di renderci la pariglia e che la visione del tutto poi sia congrua o meno, poco importa. 
Prima di resistere alle alternative enumerate facciamo resistenza, immobile e strenua, non desideriamo acclimatarci con le esperienze o i cosiddetti errori senza introdurre delle perplessità o dei vantaggi attribuibili a se stessi, per ingorda fama di successo.
Gli anni non solo si sentono ma rimangono attori protagonisti della nostra breve esistenza fino a consegnarci nelle mani del destino.
Non è una questione di personalizzazione della vita, ma più semplicemente una prosecuzione di intenti primordiali al futuro della nostra prossima probabile estinzione.
Basta poco per rovinare una piacevole nascita in uno sfortunato “fine”, non arrivare alla fine, quella meno desiderata, del nostro mandato esistenziale, imbrigliare le nostre visioni in retaggi esasperati di pochezza o della noia, a volte protagonista, di dover vangare a fondo dissodando sassi dal terreno di una vita fertile e generosa, malgrado il tutto alimenta passi gusto sfinterico e prolassi di buona-condotta esistenziale.
 
matris

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