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Divise per secoli.

         
            "Sono una moglie", immagino di dire con voce ferma in mezzo agli individui che mi circondano. "So stare al mio posto, anche se ci sono persone che fanno di tutto per scardinarmi da questo ruolo". Forse non c'è alcuna necessità di ribadire ogni giorno quello che siamo, penso poi in un secondo momento, magari mentre sbrigo qualche faccenda casalinga. Eppure mi sento orgogliosa di quello che sono, indipendentemente dal fatto che la maggior parte delle donne vivano la mia stessa condizione. Lavoro, mando avanti la casa, mi sento certe volte il perno attorno a cui ruota tutta la mia famiglia. Però non mi basta, vorrei che qualcuno riconoscesse il mio ruolo, vorrei che qualcuno oltre ai miei familiari mostrasse gratitudine per quello che faccio.
            Un impulso mi muove in ogni momento: la necessità perenne di fare. Certe volte non ha neppure troppa importanza ciò di cui decido di occuparmi in un preciso momento; però va fatto, è indiscutibile, e questo principio vola più in alto di qualsiasi stanchezza o mancanza di volontà. Poi mi ritrovo nel solito negozio di generi alimentari cercando di organizzare la cena di un giorno qualsiasi, e dopo qualche sorriso di convenienza con qualche conoscente, un’altra donna, in apparenza proprio come posso essere io, ma forse soltanto più giovane di me, e forse con delle aspirazioni diverse dalle mie, e magari anche con qualche idea nella testa differente da quelle che ho io, subito dopo che è stato servito un cliente, spiega a tutti che “adesso è il turno della massaia”, guardandomi in un modo vagamente sprezzante, quasi con un velato disgusto.
            Non capisco cosa possa esserci dietro ad un’espressione del genere; cioè non comprendo se questa donna veda in me ciò che lei non vorrebbe mai essere: forse una potenziale nemica quindi; oppure se la definizione troppo precisa dei compiti che crede io stia rivestendo, le divenga motivo, nei miei riguardi, per dare su di me e su tutte coloro che mi assomigliano, un giudizio definitivo di disarticolazione dal genere femminile. “Le donne devono far altro”, potrebbe pensare lei in questo momento, “che preoccuparsi della famiglia, o del proprio marito, oppure di altri che non siano esattamente se stesse”. Rifletto, mentre completo gli acquisti che ho in mente, ma agisco con vero disinteresse per ciò che ho appena avvertito.
            Immagino che per qualche donna da ora in avanti la vita femminile debba essere molto diversa da quello che è stata fino quasi ai tempi attuali: che si siano aperti cioè degli orizzonti che non lasciano più alcuna possibilità di interpretare questo ruolo da parte di coloro che ancora credono si possa tirare su una famiglia in termini sufficientemente tradizionali. “L’argomento è spinoso”, vorrei dire a chi ancora mi ascolta; “però è proprio da qui che passa il futuro, perché nessuno strappo improvviso potrà concedere una nuova verità”. Il tema è aperto, penso improvvisamente; però non credo che una sciocca contrapposizione possa portare qualcosa di buono né all’una né all’altra categoria femminile. Per questo, uscendo con tutta calma dal negozio di generi alimentari, adesso, alla ragazza di prima, passandole vicino, dico soltanto: “tocca a te adesso, mia cara amica; tu che sei diversa, moderna, portatrice di nuove notizie; a me non resta altro che sperare nella nostra futura coesione; perché è soltanto così che potremo sconfiggere quel che ci ha tenuto divise e distanti per secoli”.
 
            Bruno Magnolfi  

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