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Orazione funebre-

E fu così che il pio curato fece avvolger dalle ceneri tutto il sagrato!
Su quell'altare dove aveva giurato, d'esser uomo di fede, dinanzi al creato.
 
Ohhh sorte infame!
Quante diete d'orgoglio alla vita scremasti,
per reprimere  tutte le voglie che la mano congiunse al lieto passo.
Ora arde la carne che dinanzi al desio,   disse quell'unica volta: "Amo Dio".
...Aspetta!
 non esser precipitoso di mettere le cose tutt'insieme, guardando a ritroso.
 La storia é appena cominciata, la dama di cui narro non è ancora nata!”.
Ma una cosa è certa.
Di certo l'incerto sta per d'inventare prosa;  che porga una rosa alla sua sposa.
Ohh mio signore!
"Quanta speme mi pia. Oh anima mia, su quel fuoco che arde al tuo candore". 
"Ohh come vorrei comporre il desio, e scriver racconti di milesio furore;
 accarezzando orecchie, disposte a sentire, affetto e dolore, 
su questa favola bella  che un tempo m’illuse in tramutar di forme, tutta la sorte".
... Sapete!
Quel  pio curato creò aspetti diversi, intrecciando bagordi dal torbo colore. 
 Quel protagonista, d'effimero aspetto, che nacque felice laggiù nel suo letto.
Là dove  il tepore  allieta la morte, di quel fanciullo, io narro la sorte.
Gli affari in famiglia volgevano male e nel seminario si  mise a studiare.
... Ricordo benissimo!
Andava lontano, ed Il sole guidava , abbagliando  la   mano: 
Laggiù in Tessaglia, per un  buon affare, lungo il tragitto, si mise a guardare:
"eccolo lì! ... mi sta ad aspettare";  ed il convento cominciò a rimirare. 
 Il padre disse, con tono imperioso: "codesta è panzana, non ci sperare!".
 Ma l'acqua dal cielo Dio fa ritirare, e poi separa i monti dal mare.
Neppure lì, nascosto, lo intese, quel che natura genuflette in figura.
E replicò con maggiore chiarezza: " Voglio esser chiaro, la mia bellezza, si trova tutta nella stranezza".
Tappandosi  orecchie, con mente ostinata, prese la strada, per lui  già segnata. 
Udiva ormai lontano quel filo di voce, che pronunciava un  discorso feroce:
 "la vita rigetti, tappandoti orecchie, senza conoscer chi ha tanto sudato l'amor per la vita al suon del creato". 
Sol dopo  intese l’antico concione , passando nel fuoco, della sua passione.
E la sera stessa, tra convitati, iniziò  a mangiare con i suoi frati. 
Porgevano bocconi di grossa polenta, che nella gola, scendeva giù lenta;
 e dal pertugio presto e beato,  fece uscire la voce del Dio  pregato.
 
.. Ohhh mio Signore!
 "Anch' io vorrei comporre di mio, e discorrere  ubriaca su tutto il desio. 
Risentire ancora quel mormorio, che freme  lieve  sul  corpo mio.
 Il vino brioso scende veloce, e tutto risplende nella   mia mente.
 E vo accarezzando con mano il desio, che ora trovo solo nel  gorgoglìo. 
Quanti suoni s'attenuano al tuo lieto canto; solquando mi siedo,  con Bacco accanto.
Quanto dolore  ho sopito nel pianto; e  quanti dolori ora piango, nel rimpianto.
Ancella austera, nacqui veloce, e sotto un segno di croce posi la voce.
Dal viso solare e di  bell’aspetto, presi il merito ed il rispetto;
d’un  uomo forte, d'austero vigore, che la carezza passò sul mio cuore.
Ricordo, bambina, la casa piccina;  di bianco colore quell'arancio in fiore.
Il frutteto accanto, che guardavo al mattino, e non lontano, cantavo, vicino. 
Oh quanti ricordi,  al bisbiglio del sogno: il carretto, il gelato, il vestito imbrattato.
E correvo veloce sotto la noce, dicendo: " Amo il mio canto, che nella fantasia dona colore e  vanto".
Quando il Curato, presto e beato, s' inchina nel letto, al mio cospetto.
 Quel ch'io dico non è  ironia, che possa ferire l'amica mia.
 Adolescente, suadente, cantai dottrina: quando il curato mi prese la mente.
 "Oh quanta paura al suo cospetto" quando di notte, s'infilò nel  letto.
 
 
... Ma cosa dici, o mia signora?
Quello è il gran giorno, della malora.
Quando io stavo ai  pie del tuo letto, tutto disteso, nel bell'aspetto.
E per giocar non vi fu ora e il ricordo tormenta, ogni mezz'ora; e  torno  lì, per la malora.
Stridono cardini,  crepitano  gli assi, dannando  l'anima a grandi passi.
Scava  anfratti, contorce budella, il calore della pietra sulla  favola bella.
Inizia la battaglia tra cervello e cuore, dove   perisce, solo  il ferito  Amore.
Scivolano lenti i ricordi di ieri, su quei biechi sentieri, che  lasciano  arditi  pensieri.
Che arrivi, che passi, gli occhi si schiudono e  restano bassi. 
Muoio!
Muoio ogni giorno, su labbra asciutte. Su sguardo ebbro aggredisco la sorte,
e con mestizia affronto la morte.
Risorgo!
Risorgo il mattino, per un viaggio migliore! Eppure, sono forte, ma ora vedo solo la morte;
e non perdo occasione per stare a soffrire, vivere è difficile, più che morire. 
Quando si muore si ha ben altro da fare, che stare lì , nel buio, a sognare.
La morte si mostra per quello che è: tutto il resto è silenzio, lo vedi da te.
Desideri, bisogni, antiche pulsioni,  presto e beato,  lassù nel cielo,  non è   contemplato.
Quando per  strada trovai la scia,  di quel che apparve all'anima mia:
“parole, dolore, aspettano amore, prima che tramonti alle spalle  il mio sole”.
 
... “Si. Mio signore”.
Su questa nota aspettai  quell'impronta di quella vita, a cui  non era pronta mai.
... “ Ohh mia fanciulla”
Su tetti aguzzi le nuvole accese,  correvano veloci in quelle discese,
 che  dalla colonia porta verso il mare, la voglia stessa, di venire a guardare.
 Da quella  dolina, vicina all'onda, s’ infrangono fanciulle contro  la sponda.
E anche  il sole colorò  di rosso quello che fu l'antico  pianto;  e  lento si commosse il  riveder lo  schianto.
Gli spruzzi andavano sulla dolina al vento,  solo  per bagnare  il sentimento.
Allora io misi, al polso manette, e sulla  dottrina preghiere più strette:
Corsi al tuo orecchio, con  filo di voce, per suggerire il dolore della croce.
Lo scopo era  altro, lo sto a confessare, col tempo volevo sol farti sognare.
 
... Aspetta oh mio amato!
Voglio che il cielo per te sia lodato.
 Il Sagrantino mi porta lontano, ed io tocco ancora la tua dolce mano;
 quando leggera, dal fianco veloce, scorse laggiù, sulla mia croce.
Vibrava al vento, un  brivido atroce, quando pervase il   flusso la  voce.
 Ora chiedo alle stella  un fiotto di  luce; per vivere ancora quel  fremito atroce.
 Perdermi in  sogno, lo vorrei anch'io, prima d'assopirmi, a mondo mio.
Convincere il vento a stare lontano, per sentire ancora una volta, la carezza della mano.
Dalle carezze financo ai   sorrisi, vibranti  parole, un dolore atroce;
 che nella vita fu il  regalo più bello, dell'uomo mio, che mi prese in ostello.
 Sui miei  capelli egli posò una rosa, e nella taverna rimango la sposa.
La bianca sposa, che lascia i suoi veli, facendo cadere, a terra i pensieri!
Come foglie morte, sul crudo selciato, dell'amor mio, dall'onor calpestato.
 

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