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Dislessina, la principessa con le calosce di legno di tek- favola collettiva

Chist è storia. 'A fav'allà, della Giumenta verde, di sua madre Jovanka la Regina, di Dislessina e tutto il cucuzzaro.
 
***
 
C'era una volta Dislessina, una brutta principessa con due occhiaie così e la faccia da carlino. A differenza di tutte le principesse Dislessina era racchia, ed aveva in bocca delle gallerie, causate da un aspro conflitto tra i suoi denti,  così aspro, da far pensare ad un incidente di petardo scoppiatole in bocca.
 Era la moglie del principe tedesco più famoso al mondo: Alzheimer von FarmVille, col quale viveva in una fattoria nella val d' Histoire d'O, fra oriundi e gerundi, i consorti, passavano il tempo a  mungere mucche, piantare carote e scrivere poesie.

Una delle più riuscite era:

Stamattina il gallo non ha destato la cantina;
la brava contadina non ha pulito il solito cavolo e...
il coniglio non ha potuto mangiare lesso... al che il prato è stato falciato scapigliato.
Come non bastasse due nuvole si sono appostate davanti al sole incendiandolo, l'acqua non vuole saperne di trasformarsi in vapore da colazione e la faccia mi sporca il lindo cielo del lavandino... tanto che l'albicocco è costretto a piegarsi diritto.
Sinceramente...
Sinceramente a me piacerebbe non vederle certe cose.
Gradirei di certo e di più di essere uno"normale" insomma... ma so bene che stanotte non ho dato la sua parte della mia vita al sonno... per cui è normale.
D'altronde ora che ci faccio caso vedo che cominciano pure... a fuori uscire dal soffitto scure gocce di chiarore vegetale, così ancora una volta altro non posso fare che accettare e... 
E tentare di trasformare nel mio prossimo sogno da stroncare.

 

Dislessina aveva anche due piedi enormi e cipollosi che la costringevano ad indossare solo calosce, anche di seta pregiata, dato il suo rango, ma pur sempre calosce. Il suo difetto peggiore però era la sua incapacità di parlare e quindi di scrivere in italiano (ma anche in altra lingua), lo capiva l'italiano, ma quello che usciva dalla sua bocca e quindi dalla sua penna, era una specie di accrocco misto tra il dialetto di casa sua e una fuorviante e perversa mutazione di verbi e termini appropriati che lei sparava senza la minima vergogna o cognizione di inferiorità. Tant'è che essendo oltremodo irritantemente vanagloriosa e invidiosa (specie della sorella Linguetta) non essendo ella donna (?) di buon cuore, ma anzi ignorantemente cattiva, decise di far sfoggio della sua imbarazzante dialettica e si mise a scrivere poesie, ma non ne cavava fuori una decente, così decise che le avrebbe copiate, e che come principessa senza pisello nessuno mai avrebbe potuto o dovuto rinfacciarglielo, previa decapitazione di teste ed attributi vari.
 
Dislessina, era una ragazza felicissima, nonostante tutti la trattassero come un bubbone. La sua fortuna, nella disgrazia, era che capiva tutto al contrario, gli sgarbi, le offese, i pugni nello stomaco, le martellate nelle gengive, le prendeva come dimostrazioni di affetto.
Aveva anche trovato l'amore, Alzheimer von FarmVille, un vero principe, con un unico difetto, non capiva mai nulla e anche quel nulla lo capiva male. Infatti aveva acconsentito alle nozze, convinto di sposare la sorella Linguetta (non si chiama così perché parla troppo) Ma lo strano e che continua ad esserne convinto, sarà per il fatto, che appena sposata Dislessina, tutta la sua famiglia si è trasferita a palazzo; La madre, Geremiana, il padre Ceslovacco, la sorella Linguetta, il fratello Martingoldo, il cane Fuffi e la gatta Laika. L'unica cosa che non ha ancora capito è come mai, pur avendo sposato Linguetta, la notte si trova nel letto Dislessina, pensa sia un usanza del paese di origine dei genitori, che arrivano dalla Rumentha, uno stato del basso baltico.
 

Un giorno di primavera, quando le viole della vicina profumavano il suo prato, Dislessina decise che per essere riconosciuta in tutto il principato, avrebbe dovuto impossessarsi assolutamente di quelle viole così belle e profumate, ben diverse dei cavoli suoi che occhieggiavano verde catarro nell'orto maestoso, curato da Berto, il contadino, e così chiamato a raccolta il fido copiatore di corte, lo costrinse a rubare le viole e le mise nel suo prato pieno di vermi, ma anche quelli, non erano suoi.

Se ne accorsero tutti che era successo qualcosa tanto che il popolo iniziò a pensare di toglierle lo scettro e metterglielo nel... non si può dire. E iniziarono a organizzare riunioni in lungo e in largo, per decidere chi l'avrebbe potuta fermare e quindi, se Berto, aveva i piedi abbastanza grandi, da occuparsi dello scettro e della messa a piombo.

Si decise ch'era meglio un colpo secco, senza burro.

 

 

In preda a visioni, per l'inaspettato, Dislessina declamò o per meglio dire, urlò, tutta la sua meraviglia, sotto forma di versi

 

Canto di meraviglia, il canto
che cantone diventa
per vile cantoniere

 

In man tenea lo scettro
ma se il pensier e retto
vuote ormai le mani

viole volea aver
 

Ma non posso soprasseder
la cantonata presa nel cantone
dal vile cantoniere
ancora assai mi duole

 
 

Il popolo intanto assisteva a queste evoluzioni...

Per una volta sorpreso in positivo dalla statura dei regnanti.

Tutti i suoi simili infatti avevano avuto personalità di rilievo come sovrani...

Non in rilievo.

Comunque questo non disturbava affatto la vita nel regno.

Ed un ragno per tutti da mangiare assieme ad una rospo c'era sempre...

Che il rospo proprio non si sapeva chi avrebbe potuto baciare...

Per le cose far finalmente appunto combaciare.

Il dentista di Dislessina allora prelevava denti di leone da trapiantare sui prati appena concimati.

L'estetista aveva pochi clienti.

Il parrucchiere era scappato in Pata... agonia.

E lo stilista di ella aveva preferito una comoda coma piuttosto...

Di disegnare anche solo le mutande che lei amava tanto...

Un tanga con il filo sul davanti ed il triangolino di ferro resistente dietro.

D'altronde capiva o no tutto al contrario?

E Berto stava in agguato.

Perennemente.

Lei lo sapeva...

Che avrebbe voluto un figlio illegittimo da lei.

Glielo confessò quella volta che il burro sfondò il doppio occhio di bue...

E le sue palle corsero via stranamente in due.

 

 

Ebbasta parlar di palle!

Sclerò il principe Alzheimer non ricordando a cosa servissero, sculettando in un completino rosa fuxia in pelle di ghepardo rosa, una razza in via d'estinzione, mentre raggranellava quel tanto che bastava all'iscrizione all'albo dei prìncipi senza princìpi, facendo nelle ore preserali, il Pr al:  "Chi t'ha cagà" di Venezia.

 

 

Da dietro Ceslovacco, osservava la scena, la sua scorza di vecchio ussaro, era messa a dura prova, infatti quale acciaio di Assen, la prova si palesava, sotto l'uniforme di capitano dei Reali Dragoni e in preda a antichi ricordi, i lunghi mesi al fronte, le attillate braghe del soldato Fritz, rese ancora più desiderabili dalle abbondanti razioni di tocai, servito alla mensa.
In un moto di gioventù, stringe il principe Alzheimer alle spalle e palesando l'origine poetica di Dislessina, si lancia in un amorosa, struggente dichiarazione.

Se c'è da pugnare, ecco
la mia spada
forgiata per la vittoria

 
mai fallò colpo

la metto nelle vostre mani

il fodero però mi fa difetto

 

 

Non c'è "problemi" per il fodero, disse giungendo in sogno la fatina: io son sartina, taglio cuccio,  ciuccio, copio incollo e mai lo mollo, e registro le mie creazione alla SIAE, così c'ho pure il copy sulla copy... sarò genia?

 

 

(gli errori sono intenzionali, disse la fatina Dislessina, un po' princi e un pò pessa) e tornò a dormire proprio sul pisello.

 

Solo che il pisello era quello...

Quello di Alzheimer e Dislessina si incazzò e cominciò a cantare.

E la canzone era mesta con ritmo di cosa funesta:

Io che ti ho portato sull'altare per vederti con Ceslovacco amichevolmente a duellare...

ora mi ritrovo che sono rotta ed ho preso solo da uno scettro una gran botta. 

... Faceva il ritornello...

E fu troppo anche per lei...

Che troppo pensava fosse poca roba.

Cominciò a ridere allora, però...

Di un riso non pronto quando la fata per disperazione "lo" mise nel minestrone.

Di per cui si accontentarono del liquido che ne fuoriuscì...

Che al solito Alzheimer, come peraltro molti altri maschilmente sessuati nel regno, veloce veloce s'è premurato di esportare.

E pensare che solo a sentirle nominare s'infervorava...

A quelle sfacciate produttrici istantanee di bava.

 

 

Lumache? ancora, qui nella mia verdura, risi e bisi, non potrò gustare
Pensava Dislessina, avendo però già in mente nuova dieta “l'orto della guarnigione è coltivato a fave, con le cotiche che mi ritrovo, si sposano a meraviglia. Far devo attenzione solamente al maleficio della strega Binetta”

 

Se di fave sazierai le tue voglie
i tuoi piedi non vedrai
anche se son grossi come soglie

 
Gonfia il ventre
come otre pien di vino
ecco nato un altro ba... pargolino

 

“Ma io so come spezzare il maleficio, il mago Oh Gino mi aiuterà”
“Solo che Oh Gino è esoso, se non porto Fiorino non mi caga e io son senza denari, comenti bagassa in gida santa*”
“Mia madre, ricordo, ottenne da lui favori senza denari, ma ricordo pure che dopo è rimasta a letto una settimana canticchiando Il battacchio della campana”

 

*Come meretrice in settimana santa

 

 

Poi, un brutto o bel mattino come volete voi e più non dimandare, successe che a Dislessina si aprirono le arie. Si, le arie, non le acque. Beh? Ciò che Principessina non aveva mai ottenuto con le labbra, l’unica cosa bella che avesse in verità, riuscì alle mucose del suo drè.

Il dì di festa, mentre percorreva il lungo corridoio che a volte e rivolte in prospettive di piani, trombette e tromboni portava dalle sue stanze alla Cappella, iniziò con un Bolero di Ravel, abbastanza semplice come struttura armonica, che dura circa mezz’ora o giù di lì, tanto quanto le bastò per finire di cadere esausta proprio sul momento della cadenza finale, sulla prima panca a sinistra riservata ai principi.

Lo sconosciuto maestro di musica di corte, che per caso ci aveva orecchio, e stava percorrendo lo stesso corridoio rasentando la parete come un topo, (stessa struttura musuale e dentale) appena ebbe ascoltato i primi do provenire da sotto la veste di broccato della Principessa, comprese, e fu l’unico, il miracolo che stava avvenendo. Trovato il coraggio che gli era sempre mancato, si precipitò dietro di essa ed una volta captatene le molecole nell’dell’per aria, rovesciò, scrivendo e descrivendo agli editori di tutti i dizionari dell’epoca, (di ciò ancora gliene viene riconosciuto merito) il significato di cacofonia.

Ciò che egli scrisse a proposito del brano eseguito con così estrema perizia da Dislessina fece tanto clamore, che ancora è riportato su di una famosissima testata web, Wikipedia:

 

Il Bolero è strutturato dalla ripetizione di due temi principali A e B, di diciotto battute ciascuno, proposti da strumenti diversi. I temi si inseriscono sull'accompagnamento ritmico continuo deltamburo, e sull'accompagnamento armonico, spesso proposto in maniera accordale. La successione delle ripetizioni è disposta in un graduale e continuo crescendo, dal pianissimo iniziale fino al maestoso finale, per un totale di diciotto sequenze musicali (nove ripetizioni del tema A e nove del tema B). Il brano rimane sempre nella tonalità di do maggiore, sebbene nel tema B siano presenti elementi tensivi dominanti come il SIb che lo differenziano dal tema A diatonico, tranne una breve modulazione in mi maggiore nell'ultima sequenza che apre alla cadenza finale. L'organico orchestrale previsto è un'orchestra sinfonica con l'aggiunta di un oboed'amore, di tre saxofoni e di un gong. Man mano che cambiano i temi vengono inseriti strumenti al fine di curare il timbro e nello stesso tempo per sottolineare uno stato di confusione, tanto che nella parte finale gli strumenti sono tanti da alterare il riconoscimento del ritmo e delle note.

Aggiunse, il Mus-i-cista, che l'intero brano era stato eseguito esclusivamente dalla Principessa, forzando sull'unico lato B, con esso sostituendo ogni strumentazione anche l'oboe d'amore, perciò, la perfezione di tale esecuzione, a suo modesto parere, poteva considerarsi irripetibile. Ciò gli attirò le critiche, le ire e le invidie della maggior parte dei Sofisti musicali, che premettero per il suo immediato allontanamento.

 

Ripresasi dall'improvvisato concerto, Dislessina aveva il volto del trionfo, già pensava al figurone che avrebbe fatto al concorso “ La qultura serve alle arte, come i pignoli sulla fonduta” che si teneva in quei giorni nella sala delle Scenze e implicazioni. Ora mancava solo un'aria da cantarci sopra, un controcantone (sempre per via dello scettro) da recitare con enfasi. Finalmente avrebbe potuto recitare un suo poema, come gli sgorgava dal cuore, senza traduzioni e maneggiamenti. Sapeva già quale era il testo adatto “Chisto mmore, nu dolore accostato” la poesia scritta per il suo primo amore, Bastianone. Andò di corsa nelle sue stanze, cerco tra i cassetti e trovò lo scritto.
 
Chisto mmore, nu dolore accostato
 
sì tu, che veni e vai, meni cani
pure me per l'Aja, ahia, ahia
l'accostato no mmore, pè favore
 
m'accosta la costa st'mmore
tu dice ch'affetto, n'atrommore
apperò stu dulore ca tengo
nun me apre l'mmore
 
tu dice l'mmre è dulore
lu dic'e meni i cani
pure me per laja, ahia, ahia
 
nun me reggon i gambi
sutto i colpi dell'mmore
quant'mmore mmore, prendi sciato
riposete mmore, ch'anch'io rifiato
 
nun merito tant'mmore, mmore
ma tu accostato stai mirando
no mmore, no accostato
mi leve o sciato, accostato

 

 

Ciò che ella non sapeva, ignorava completamente pensando che il suo Bastianone fosse un bifolco tutto d’un pezzo, era che pure quel ragazzone dalle carni rosa dif-fuse di peli marron dalle caviglie agli zigomi, si ritrovava, posizionato quasi sullo stomaco, un cuore tanto.

Il boy, al contrario di lei, non avrebbe mai tentato di scrivere, ma possedeva una memoria così completa e profonda da ricordare fin nei minimi particolari tutto quanto aveva sognato. Non di quelle memorie normali limitate agli ultimi rimasugli del sogno del mattino, bensì tutte le immagini scaturite dall’inizio alla fine, da prima sera fino all’alba, quando sua madre lo svegliava randellandogli i pollicioni nel lettone appositamente costruito per lui, chiamandolo ogni volta col nome che gli aveva affibbiato fin da piccolo.

Né si sarebbe aspettata mai, Dislessina, che egli fosse così tenero e poetico.

Ah, ancora nessuno la chiamava Dislessina.

 

Bastianone: Dis che la natura l’è un sgrompi

                    dis lor

                    te che ne dis Ciufet ?

 

Lei :            Un è un calor 

                    che pasa le tue dita, la lava

                    la sento salirmi fino al viso

 

Bastianone: Um va m’e cor

                    ste fat

                    di guance bianche e rosse

                    un va m’e cor

                    ste fat, corallo insieme alle tue labbra

 

Lei:             S’io fossi foco, brucerei lo munno

                   lo vedi tu, come ci ha fatte Iddio

                   piove e piove, sulle labbra ignude

                   sale e piova, sui volti

                   Bastianone mio, sulle favole belle

 

Bastianone: Er mjoni...

 

 

 

Berto dicendo di Dislessina:

Ma come lu foco, lo munno? Un so’ per nulla d’accordo sui fatto che la va a ufo!

Non l'era se vi garba la poesia del Checco Angiolieri? 

 

Dislessina:

Oh quando si dehe fa’ a modo si fa a modo! Un si frigge miha co’ l’acqua qui. Nun se prende niente a guasto.

 

Ultima hosa."Son'arrivà'a bu'o!"

 

Berto:

"Madonna che cureggia t'ha' sgancia'o, Dislessina! S'avella!"

 

 

Voce fuori campo (parrebbe quella di Taglioavvenuto)

"Soffia, Berto: l'è abbollore la principessa!

 

Dislessina a Berto:

"Guarda se un tunni'sta'fermo tu ne tocchi, eh, ovvia..." 

 

 

 

 

 

Trapelato in un modo a nell’altro (o anche: "Trasudato in un modo o nell'altro") all’esterno ciò che era avvenuto a corte, cioè dell’aria di Ravel eseguita in modo affatto nuovo dalla Principessa, procedendo in avanti dal pianissimo fino allo sbragamento finale piuttosto che ballarla lì sul posto come s’era sempre fatto, l’Intellighenzia del Paese, diffidente come suo solito verso il potere, si riunì dietro il cosiddetto Uovo di Bastianone.

A prima vista questo uovo poteva sembrare una creazione dell’uomo, e come un’opera della propria fantasia  in effetti egli aveva cercato di venderla prima che venissero fuori le prime crepe e ne cadesse un pezzo di parete, ma quando questo frammento si staccò e cadde sul pavè della piazza dove era stato collocato, e si aprì un varco largo da farci passare di corsa la decina di nullafacenti equamente spartiti, (cinque intellettuali e cinque quartini-quel nome era stato dato loro dalla misura utilizzata il pomeriggio in osteria) che gironzolavano sotto i portici, allora ci si avvide che, pur essendo ugualmente poroso, non trattavasi di un sasso.

Uno dei Quartini, zio di Bastianone, l’unico che non si fosse precipitato all’interno come un allocco scivolando sull’albume che franava con violenza dal culmine della soglia improvvisata trascinandosi seco il tuorlo gigantesco, così perforandone la membrana e formando attraverso le striature un ulteriore quadro autonomo performante senza prospettiva fuori della scultura, che invece gli si opponeva in un dualismo assoluto, bene, quello zio esclamò:- cazzo, ecco perché m'è sparita d'un botto la tacchina!

Ed ecco anche perché l'Intellighenzia si radunò dietro, non dentro, né davanti, non volendo che si potesse equivocare tra l'azoto, l'ossigeno, l'idrogeno, il metano ed il biossido di carbonio proprio coi solfuri del prodotto dell'impostore.

Ognuno si faceva forte delle letture fatte e, come ogni buon intellettuale, si fregava altamente delle opinioni espresse dai compagni, vuoi che fossero cazzate estemporanee vuoi che fossero articolate in proposizioni con parvenza di logica.

 

Il potere, che è sempre alla ricerca dello sfruttamento, intravide attraverso gli occhi cisposi di Dislessina il profitto dalla novità.
“Bolero y tortillas el mas spettaculo musical y poetico y culinario y dietetico y cacofuenicos de todo el mundo”
Nella piazza, si allestì immediatamente una cucina da campo, sul capo degli intellighenti venne messo un berretto da scief dé rang, mentre i quartini, magliette a righe orizzontali, furono fatti passare per folkloristici cantinieri. Bastianone, che era l'amore e l'odio della principessa, fu vestito in maniera impresentabile, canottiera a rete larga color pervinca, body da ciclista viola di due taglie più piccolo, zoccoli di legno di tek, i capelli unti formavano due trecce, a ricordare antiche popolazioni del nord.
L'idea era tanto semplice quanto lucrosa, man mano che dall'uovo usciva la sostanza, veniva raccolta in padella e servita agli spettatori che assistevano alla pirotecnica rappresentazione della principessa, che dovette dare fondo a tutto il suo repertorio per potere portare al termine lo spettacolo.
Undici ore ininterrotte, dal basso dopo il suo cavallo di battaglia “ Il Bolero” seguirono”La sagra della primavera” “ il flauto magico” “Il barbiere di Siviglia” “Il Guglielmo Tell” tutti i cori verdiani, i crescendo di Rossini “La Norma” “La Carmen” “La traviata” più un repertorio scelto delle sinfonie di Mozart e Beethoven.
Mentre dall'alto declamò tutto il suo repertorio, dalla sua prima lirica “Ho fatto la piscia in dosso” fino alla sua ultima opera “El buson de mi marì”
Ma quando recitò “chisto mmore, nu dolore accostato” con in sottofondo “ una rotonda sul mare” fatto tutto di tromba alla maniera di Nini Rosso, sulle sue guance cominciarono a scorrere calde lacrime, si giro verso Bastianone, anche lui piangeva, ma per via del body, questo però Dislessina non poteva saperlo.
 

Fu a quel punto che Linguetta ci si mise di mezzo facendo scoppiare quello che fu poi definito lo scandalo del Secolo dellla Piazza dei Principi. Scolpito su tutte le pietre miliari della vasta regione che partendo dagli aspri contrafforti di Gossì-pazzo e screanzato, scende divaricandosi per mari interni, deserti, città ed ubertose campagne fino all'estremo limite della Rocca della Patata bollente, esso è rimasto là, ora racchiuso ora dischiuso alle menti, a ricordare ai popoli di Avatar ciò che puote la ferocia unita, allò, a l'ossessione nel Cesto.

Ella vi colse, in quello sfringuellare dell'amore accostato, una vena, cosa dico una vena, un'arteria A14, di furore paranatichistico da ferirla nel più profondo delle sue Virtù: la Paranoia, le Lacrime e Ce L'ho Io il Culo Più bello del Mondo..(C.L.I.C.- P.B.M.) 

C'era colà un giovane palafreniere che viveva solo per la Giumenta del Re...

 

 

"La luna in mezzo alle minori stelle | chiara fulgea nel ciel queto e sereno, | quasi abscondendo lo splendor di quelle, | e 'l sonno aveva ogni animal terreno | dalle fatiche lor dïurne sciolti: | e 'l mondo è d'ombre e di silenzio pieno.„ Karamella la Magnifica, amata amica della giumenta del Re

 

il Re Lorca rispose:

 

Annunziata dei Re, | ben lunata e mal vestita, | apre la porta alla stalla | che per la strada le veniva incontro. | L'Arcangelo Gabriele, | tra giglio e sorriso, | pronipote della Giralda, | veniva in visita. | Sul corsetto ricamato | grilli occulti palpavano. | Le stalle della notte | divennero capannelli.

 

 

E lucean le stelle. E lucea Dislessina... più di sera che di matina

 

 

“Porca Lorca, qultura, cui a palazzo, s'ignora l'ignoranza. Palafrenieri impalate Re Lorca e ardite...ustate...insommma fondete il il magnifico dolcino e servitelo per dessert ai mossoli...sommoli...limmosi, insomma, datela in pasto ai cani dopo averla rosolata”
Inviperita da tanto ardire, Dislessina ignorava il pericolo maggiore, distratta dall'orrenda esibizione di cultura appena propinata.
Quella sciacquetta della sorella, con il palafreniere (che poi scopertosi essere, il da tutti odiato fratello, Martingoldo) Gli stavano apparecchiando la più sonora batosta che mai si era vista a palazzo, da quando il nonno di Alzheimer, il barone di Parkinson, dovette risarcire di persona un gruppo di mercenari Uzbechi, nel numero di trecento, giovani, forti e di palato grosso.
La giumenta del re, si crederebbe essere equino, e qui non è esatto il filo logico, perché giumenta è scritto maiuscolo, cioè Giumenta, trattasi di nome improprio e improbabile, ma pur sempre nome di cristiano battezzato o meglio cristiana, infatti di cristiana si tratta, più specificatamente, di gran pezzo di cristiana, in tutti i sensi. Perché Giumenta Del Re, oltre essere il termine di paragone di ogni bellezza del reame, dalle donne ai fagiolini, è anche termine di paragone dello scibile, dalla filosofia alla numismatica, insomma una sibilla che tutto sa, in un corpo che nulla ha da domandare.
Ora si capisce bene come mai, tale pericolo pubblico viva recluso nelle reali stalle, alimentato d'avena e d'Avena.

 

D'àvena e d'àvena quei due, la Giumenta e il palafreniere.

Il Re ignorante della tresca.

Sotto le stalle di L'Orca Salamone I erano avvenuti abboccamenti per cui L'una era divenuta Violaltroccherrossa e, sotto gli occhi, le s'erano formati  avvallamenti tanto profondi da potersi giurare che l'amante, per dar respiro e movimento alle sopraggiunte stasi, avesse voluto infierire non sul proprio ma sull'altrui volto con due non più di due diretti bene azzeccati. Ogni volta; a vostro piacimento, poi, l'altro dei fattori.

Ed è per ciò che si originarono, sull'angelico viso di........... le ancora famose Fosse l'unari.

Quelle che tutti gli amanti fan sognare.

Discendeva, la Giumenta, dallo Stallone di corte, o meglio colui che lo era stato.

D'un tratto, all' improvviso, il primo colpo della strega sulla soglia dei novanta, ed egli aveva dovuto rallentare la pur redditizia attività. Redditizia nel senso del gran numero di relazioni personali instaurate e del potere che gli derivava dalle intersecazioni conseguenti in questa fitta, intima rete.

Solo a volte, quando i dolori della doppia ernia al disco si attenuavano, egli tornava a furoreggiare nel mondo femminile del regno, né gli era di ostacolo la perduta freschezza della pelle o la tonicità del muscolo in quanto egli era nato con la camicia. Una camicia fatta di pelle d'uovo, un tessuto costruitogli in quei nove mesi di permanenza nel ventre, miracolosamente dalla madre, lasciatogli in dote.

Una veste, una trama di nervature e vasi sanguigni rimastigli sottopelle, a loro volta intrecciati con le ombre più sottili, impalpabili, dei giochi, della Seduzione.

 

 

 

“ipperché ill'è fosse l'Unari, hu sapean tutti” gridava una voce di popolana, arrivata or ora dalla California per aprire un cinque e cinque e ponce, proprio in faccia allo stallone giusto collo in fibra di pelo passato per la lingua, che anche non fosse stato sordo come una campana, non avrebbe capito un'ostia e chi fosse Unari, ben lo sapeva Giovenca, che in una settimana ininterrotta di passione, si era sorbita tutta la sua vita.
Era successo a primavera, quando i ciliegi vanno in calore, lui viandante, ospitato nelle stalle di Salomone, le scuderie che sembrano un porto di mare, tanto è il viavai di palafrenieri, à-vene e à-vene, tramanti amanti tremanti, zoccoli duri e briglie sciolte, sembrava che in quel luogo dovesse compiersi il destino del regno e nell'angolo più buio lei, con in mano”Utamaro e il quartiere del piacere”
Akiro Unari spalanca le sottili fessure degli occhi mandorlati e un sottile filo di bava gli cola dal lato della bocca.
Aveva combattuto per lunghissimo tempo per il Generale Zem-han, sulla spianata di Okinawa e ora il corpo martoriato pretendeva tregua e quale miglior premio per un samurai ingrifato, se non una splendida Giovenca che sfoglia Utamaro
“Cshh hu ghh ghh fshh gleb”
biascica Unari, lasciando una bava giallognola al suo passaggio, mentre lei, occhi di triglia preparata per il sushi, dopo essersi succhiata il dito anulare, sfoglia il libro con l'indice a cercare niente.
Per i primi due giorni non furono necessarie parole, fuochi di paglia spenti, repentinamente riaccesi, loto in bagno rovente.
Poi cominciò il tempo delle parole e fu una cascata di ideogrammi vergati di rosso, Giovenca non riusciva a credere la centesima parte delle straordinarie imprese di Unari e anche così era già troppo.
Si vantava di tutto è gli pareva sempre poco, amori, guerre, tradimenti, scoperte, POESIA (panico, trattenuto a stento dagli astanti) ebbene si Akiro Unari era quell'Akiro Unari, il sublime del Hentai.

Chist è storia. 'A fav allà, della Giumenta verde, di sua madre Jovanka la Regina, di Dislessina e tutto il cucuzzaro.

 

Sarà facile per voi capire, che mettendo insieme popò di Giovenca, il sublime dell'hentai, popò di culo, il palafreniere più odiato al mondo, ne viene fuori un Quarantasette virgola novantanove periodico, il mensile di cultura delle stalle di Salamone a divulgazione clandestina.
Era de maggio, quando uscì il primo numero, Giovenca scriveva gli articoli di spessore, sopra il centimetro, Unari aveva tutta la sezione poesie, giochi e cucina “T'hentai col sudoku al sushi”, mentre l'odiato Martingoldo si occupava di gossip e cronaca rosa.
Alla perfida Linguetta vennero affidate tutte le rubriche e la corrispondenza coi lettori.
In prima pagina misero la foto della principessa, piegata dalla fatica, mentre terminava il bolero nel concerto dell'uovo, sopra il titolo “Dislessina ha la faccia come il culo” e sotto una critica feroce di Giovenca, che paragonava la principessa a un boiler arrugginito, sia nella forma che nella sostanza.
Martingoldo, andò oltre, con una serie di pare e si dice, accusò Dislessina di possedere una biblioteca fornitissima ed addirittura di utilizzarla, faceva trapelare in un perverso gioco di non detto, che la principessa leggeva almeno un libro ogni sera prima di addormentarsi.
Unari, mise fondo a tutta la sua classe, ogni verso era uno schiaffo alle squamose gote di Dislessina, “Guarda come sono bravo e tu solo uno scaracchio” pareva essere il commento dopo ogni poesia.
Ma il colpo più duro lo diede Linguetta, in un articolo che pubblicizzava spudoratamente una pomata di sua invenzione per combattere la cellulite, mise due foto, prima e dopo la cura, nella prima faceva pessima mostra il didietro in primo piano di Dislessina sotto la doccia, che con opportune modifiche, finiva per assomigliare a due grosse palline da golf morsicate da un branco di cani inferociti. Mentre la seconda, immortalava il fondo schiena di Linguetta, mentre prende il sole in piscina, con un tanga così sottile che si vedeva solo dalla didascalia. Marmo brunito disegnato al compasso, in effetti quello era, un copia e incolla d'autore.

 

 

 
continua tu la favola, con un commento al post
 
a cura da Sara, Manuela, Andì, Leopold, Berto, Taglioavvenuto, Fra' ttazzo, Karamella  e chi si aggiungerà

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