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La verità finta

La falsità ha preso un  tale sopravvento sulla sua controparte, che ne ha assunto le sembianze, come un eufemismo: la larva di un’altra verità, sia pure negata e negabile nel suo debutto nel mondo, ma pure attuale e in vigore come fosse davvero ciò di cui è il doppione  finto, ha intrapreso la sua scalata al trono della sua rivale, e sta vincendo la mano.

La verità tolta e affossata non tornerà: come il nocciolo nel sarcofago di Chernobyl, non sarà riesumata se non dopo secoli, e quando non servirà più a niente.

Per quanto sta in me, posso solo dire che la verità, sia pure ineffabile e quindi inafferrabile, è quella sintesi di evento e sentimento che caratterizza le azioni e quindi le reazioni di coloro che agiscono spontaneamente, senza reticenze né interessi particolari. Ossia, l’interesse non si può abolire, ma c’è pur modo e modo di confrontarvisi. Se uno ha interesse per una ragazza, non è che manda un paio di scagnozzi a sequestrarla – anche perché così non la conquisterà mai. Ma se l’interesse è contemperato dalla sincerità e dal buon senso, ecco che anche un rapporto d’interesse può assumere i connotati di un rapporto di verità. Anzi, sarebbe addirittura meglio non infingersi disinteressati e dichiarare apertamente le proprie mire, quando se ne nutrono.

Ma il mondo falso che oramai ci avvolge è qualcosa di talmente più invasivo e soffocante che questi dettagli diventano irrilevanti, e occorre invece andare al sodo e concentravisi. Il “sodo” perviene dalla stessa “caverna antropologica” onde cui tutti i mali del nostro evo sono originati. E’ la caverna pop-borghese-consumista, ove gli dèi sono sfrattati, l’unità oggettiva è infranta e i soggetti son spinti sulla deriva di una pulsione infinita, priva del minimo accenno ad un suo appagamento, e quindi senza requie. Una specie di supplizio di Tantalo d’avanguardia, in cui, tolta ogni speranza ontologica, l’uomo brancola in un tormentoso bisogno insoddisfatto, che però è falso. Le catene di tale bisogno sono avveniristiche e alle vittime viene dato ad intendere che non possono vivere senza, dal che il tormento e il desiderio, e gliene vengono perciò proposte in continuazione, sempre più scintillanti e desiderabili. Sono le catene della scienza e della tecnologia, che si pongono oramai come uniche antemurali del disastro tecnologico che incombe su di noi: ergo: dovremmo essere salvati da una malattia più intensa di quella che abbiamo già, essendo questa la medesima ad uno stadio inferiore. L’apologia della scienza che foraggia questo stato di cose, non è neanche “scientifica”: è una specie di anelito salvifico che concede alla tecnologia le medesima fede arcaica e superstiziosa che prima trasfondeva sulle icone cristologiche della religione. Sennonché, a differenza di quest’ultima, non prevede altri dèi all’infuori del proprio egoistico tornaconto, e siccome gli dèi, non essendoci, non interverranno a moderarne, almeno come freno morale, le ambizioni, ecco che scatenerà tutti i suoi sensi e tutte le sue  astuzie onde coronarle di successo. 

I soggetti catturati in tale vortice sono incomunicanti: non c’è modo di giungere sino a loro, essi sono troppo compresi nel loro sforzo di saltare il fossato che li divide dal successo, dallo spettacolo, per concedere attenzioni devianti a chicchessia. Ma se l’uomo appunto è un chicchessia qualunque, non fa neanche conto di concedergli un distintivo umano:  bisogna turlupinarlo! E’ questo il prezzo del successo, della ricchezza, del benessere. Bisogna infangare il prossimo, sottometterlo, circuirlo. Bisogna fingere. Fingere di vendergli qualcosa, fingere di voler dargli e invece prendergli, fingersi capi di stato… Con tali belle attitudini e tali onorevoli fini, si forgia la razza nuova che contagia il mondo a macchia d’olio. L’ho già detto che la mutazione è antropologica, e finirà per divenir vero questo tipo di lestofante, cannibale al suo prossimo, quando avrà fatto scomparire per sempre la vecchia razza degli umanisti e dei dialettici. Quel giorno, molto prossimo, una nuova verità sarà installata sul mondo: la verità finta, Noi, epigoni ostinati del pensare, saremo sconfitti e il mondo diverrà una Babele senza bastioni, né contrafforti. Nessuno salverà niente da niente e i più furbi sgattaioleranno sugli ultimi alberi a sgranocchiarsi i pochi frutti rancidi e inquinati.

Il mio osservatorio è piazzato sul belvedere della cultura, massime artistica. E io osservo, sto attento, cerco di non farmi confondere, ingannare – di non ingannarmi con un gusto “retrò” che potrebbe offuscare il mio senso critico con anacronismo, col conservatorismo. Però so che la bellezza dev’esser “vera” per essere bella: questo è il criterio fondamentale per evocarla. Ed è perciò che non mi preoccupo di apparire né “avanzato”, né tanto meno antiquato. Il fatto è che la metamorfosi di ciò che è falso in ciò che è vero ha intaccato il senso critico in generale, ed è pertanto divenuto persino difficile distinguere tra il bello e la nausea, come in certe esposizioni di deiezioni e di cadaveri squarciati. La gente resta allibita davanti all’”audacia” di quelli che osano mettere in mostra i lati più oscuri, più ripugnanti e marci dello stare al mondo; fa finta di scandalizzarsi davanti a rassegne intitolate alla cacca o a corpi umani squartati, fatti a fettine e “plastilinati”. Come se non andassero mai al cesso o al cimitero. Gli autori di tali brillanti trovate cercano l’effetto, il Noir, qualcosa che sia ancora in grado di produrre una reazione nel cuore di pietra della massa, la quale gli corrisponde col medesimo livello culturale, scandalizzandosi.  Ambedue ottengono così  esattamente il proprio scopo, i primi con un effetto a reazione; e i secondi con una reazione ad effetto. Il che è precisamente ciò che l’arte non è mai, ne mai dovrebbe concedere. Perché mai, dico mai, ciò che vogliamo intendere per arte, sia pure ridotto all’osso della pura significazione, senza neanche più l’estetica a fargli da supporto, mai neanche in tal caso l’arte autentica ha scambiato l’effetto per il soggetto. L’arte pura ha sempre coinciso col senso puro, con la ragion pura, ed ogni qualvolta si è concessa all’effetto, per blandire i poveri di spirito, per epater le bourgeois, lo ha fatto a proprio detrimento, esulando da quella ragion pura per sfondare in un ben remunerato consenso. Ora, questa forma di “servilismo” (l’artista è il servo del cattivo gusto del pubblico), pur rovesciandosi nel modo, cioè “attaccando” quel cattivo gusto invece di coadiuvarlo, non fa che riciclarsi, adattandosi alla realtà virtuale delle miriadi di immagini sparate all’impazzata sul mondo da ogni tecnologico pertugio. Queste immagini sono la banalizzazione dell’immagine, ecco perché, per epater veramente, si deve ricorrere ad immagine estreme che, appunto, incontrano l’attenzione di tale pubblico pizzicandolo sulla morale, sulla privacy, sull’umano ritegno a parlare della cacca o della putrefazione. Ma questi sono argomenti pregnanti per la morente sensibilità dell’universo consumista, proprio in quanto consuma, dissipa, converte tutto ciò che tocca in fango di fogna. Qui non siamo all’arte, siamo al massimo alla sociologia di una decadence. Siamo alla decorazione “gotica” di un modo di vivere corrotto e senza domani. Una decorazione miliardaria, che rende gli autori dei nababbi scimuniti che vivono nel Gotha pacchiano dei magnati che li pagano, come gli aristocratici di Versailles prima della rivoluzione. E con la convinzione magari di aver compiuto cospicui progressi culturali.

Certo. Il falso mondo dell’arte non si riduce a questi brevi cenni, come il falso mondo di fuori non è riconducibile soltanto alle imprese e gli interessi di qualcuno di particolare. Il fatto è che la falsità è tentacolare, è ubiqua, onnipresente: è impossibile districarsi dalle sue spire. Sono false le opere, è falso il dibattito, è stra-falsa la critica d’arte; e tutto soggiace alla dittatura spietata del grande falsificatore: il massmedia, ossia, per il 90% la TV e di seguito tutte le altre voci tecnologiche asservite al diktat del padrone. Così, non appena si parla di arte scappa subito fuori il divo idiota di prammatica a discettare insulsamente su tutto senza lasciare il segno di niente (da noi, in Italy, V.S., un cocco di mamma narciso e vuoto, che sputa sentenze su ogni santa corbelleria e che per fortuna se n’è andato al diavolo a fare il sindaco al sud).

E’ la storia che è diventata falsa, ahimè. Ai pochi sopravvissuti con un poco di sensibilità non resta neanche l’indignazione: perfino la rabbia sbollisce a tanta umiliazione. Ormai l’autenticità va conservata come una reliquia, o una carboneria: da affidare ai pochi “eletti” affinché qualche traccia di verità si conservi sulla terra; qualche vaga memoria dell’antica presunzione, o dell’antico capriccio, di perscrutare la verità, la alétheia.         

Torniamo sull’argomento: vogliamo dimostrare che tra scandalizzati e scandalizzatori corre un filo di consenso, per cui i secondi sono i camerieri dei primi e servono loro esattamente la pietanza che vanno cercando, in un mutuo gioco delle parti il cui nervo centrale è mercimoniologico. Gli scandalizzatori ottengono successo e denaro, gli scandalizzati una sorta di mea culpa, un autoritratto di se stessi cui è concessa facoltà di dissentire e quindi di proclamare la propria “estraneità ai fatti”. Così che essi riconoscano la propria turpitudine, ma possano pubblicamente confutarla, dichiarandosene esplicitamente immuni. Questo è il patto infame, tacitamente sottoscritto tra chi dispone dei mezzi e coloro che gli forniscono un apparato concettuale sufficiente ad assolverli dal sospetto d’iniquità che pende sempre sui troppi beni. Un ego te absolvo recitato ostentando il marcio e la puzza della culpa che viene così esorcizzata: lo scandalizzato vede se stesso, nel proprio orrore, mummificato e richiuso ad impolverarsi nel museo, sentendosi così talmente sollevato da permettersi di poterlo, quel se stesso, persino insultare e biasimare. E non capisce che il suo antagonista, colui che così lo rappresenta, l’”artista”, non è che un altro se stesso ancora che ha eseguito l’autoritratto per tutti e due. 

Ora a chi altri giova questo giochetto se non ai protagonisti che si rimpallano l’un l’altro la responsabilità del proprio agio? Cosa gliene può fregare mai a tutti gli altri, agli indagatori della ragion pura, così come alla stragrande maggioranza “pauperis” del mondo? E specialmente: cosa mai ha a che fare con quella particolare sponda della ragion pura che chiamiamo arte? L’unico accostamento che riusciamo a cogliere è quello suddetto: la verità finta che assomiglia a quella vera e finisce per sopraffarla. Ma la verità sopraffatta produce fughe all’indietro, ecco come si spiega che il poco di buono che sembrava definitivamente acquisito torna invece in forse e c’è chi arzigogola a favore del fascismo e della sua presunta estraneità alla maledizione nazista (si vada a “Uomini e no” di Vittorini, ove si vede platealmente quanta poca estraneità ci fosse tra quelli che non per caso si chiamavano i nazi-fascisti). Dunque, dopo questa brutta indigestione di cadaveri e di escrementi torneremo a Sironi, a D’Annunzio, a Marinetti? Ahimè, poveri posteri…

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