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I profumi e i colori del Natale

Il Presepe di Emanuele Luzzati al Borgo Medievale di Torino
C'era quel rito del muschio; il babbo andava a raccoglierlo nei boschi che lo avevano visto da ragazzo. Lo distendeva su una cassetta di legno per farlo seccare. Un angolo della stanza si trasformava d'incanto in un frammento di Palestina. L'odore del muschio saturava la stanza.
Mamma su un asse, allestito appositamente, creava con sassi e carta mimetica un paesaggio che racchiudeva una grotta. La carta del cioccolato, raccolta gelosamente durante l'anno, si trasformava in un ruscello che sgorgava da quel paesaggio, per trasformarsi in un laghetto costellato da piccoli sassi. Papere bianche, iridate, stazionavano in quel laghetto. Sui rilievi montuosi, che sembravano quinte di scenari di Cinecittà, c'erano le casette di cartone, con la carta velina colorata alle finestre, che la nonna e la zia pazientemente avevano costruito.
Io aiutavo la mamma a scartare i personaggi dalla scatola, e su quello spazio che racchiudeva l'invenzione di un paesaggio, si animava così un teatrino simbolico legato alla Natività.
Papà colorava le lampadine acquistate allo spaccio dell'azienda dove lavorava. Barattolini di vetro con colori blu, rossi, gialli e verdi saturavano le mie narici di un forte odore di vernice.
Le luci celate tra le casette, in mezzo al muschio, gettavano riflessi colorati sui volti dei personaggi.
La mangiatoia che doveva racchiudere il Bambinello era vuota. Lo avrebbe messo la mamma al ritorno della messa di mezzanotte.
Sul potagè bucce di mandarino diffondevano un piacevole odore nella cucina.
Terminate le festività, l'angolo della camera ritornava ad essere il solito angolo, un po' buio e trascurato, e anche se fuori dalla finestra si vedevano i primi fiocchi di neve scendere dal cielo, la magia della notte di Natale era scomparsa del tutto.
Rimaneva, quel piccolo frammento di muschio, caduto a terra, e non visto, durante le operazioni di disarmo del Presepe a testimoniare che quell'angolo della camera, aveva vissuto, per qualche giorno, un evento molto particolare.
 
 
Tu scendi dalle stelle... è con questo canto natalizio che l'uomo tende lo sguardo verso la divinità. Il divino, al giorno d'oggi, è sommerso da una infinità di oggetti che lo soffoca relegandolo in un angolo. Il distacco asettico dalla natura, o meglio dai ritmi della natura, la soffocante onda del consumismo, la mole di oggetti e bisogni indotti, tutto ciò fa sì che il misticismo muoia.
Eppure quella lieve insoddisfazione che serpeggia dentro, quella totale assenza di direzioni nella attuale nebbia della globalizzazione lascia un senso di sconcerto, per i più indifferenza che vira al nichilismo.
Senza entrare nella retorica della nostalgia, i Natali di una volta avevano il sapore dell'attesa, del tempo sospeso. Il manifestarsi di un evento, il senso comune di un grande accadimento religioso di grande rilievo, dava la sensazione di un rinnovamento.
L'uomo ha bisogno di stelle polari lungo il suo cammino. Le rotte da seguire devono essere chiare e ben definite. Il sapore di altri tempi scompare sostituito da un vuoto, una assenza. L'animismo dei popoli primitivi segnava un forte senso del soprannaturale, dove ogni cosa era dotata di una sua anima interiore, degna di culto.
Tu scendi dalle stelle... e dalle stelle oggi scendono solo più gli astronauti al termine della loro monitorata odissea spaziale.
 

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